Il pazzo, l’isolato, l’incompreso. Un povero Cristo denigrato dalla gente comune che, udite udite, è stato ucciso e non si è mai suicidato. È il Vincent Van Gogh secondo Julian Schnabel e William Dafoe che lo interpreta. At Eternity’s Gate, in uscita il 3 gennaio grazie a Lucky Red, è uno di quei film per i quali la critica più ortodossa storce il nasino a prescindere, ma che invece per i tanti estimatori di biografia e mito del pittore olandese risulterà inequivocabilmente imperdibile. Tra l’altro la tanto vituperata soggettiva con sfocatura nella fascia bassa dello schermo, “scafandro e farfalla touch”, è il marchio di fabbrica di Schnabel che non ha mai funzionato cinematograficamente così bene. Scelta stilistica che si sovrappone come un sudario al febbrile, agitato, bipolare approccio alla vita e all’arte di Van Gogh.

Ma non è fatto di sole soggettive, At Eternity’s gate. Perché le inquadrature in campi lunghi, i dettagli di un fiore, di un albero, di un cielo, si materializzano di continuo nei quadri che conosciamo, proprio con quei vortici pastosi di colore che hanno reso il pittore dei girasoli e della notti stellate celebre nel mondo. E poi c’è l’interpretazione di William Dafoe – Coppa Volpi al miglior attore 2018 – un attore che sembra essere nato per personaggi vittime fisiche di un marchio d’infamia popolare (L’Ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese, Antichrist di Lars Von Trier, Pasolini di Abel Ferrara), che dona al suo Van Gogh uno sguardo quasi di bimbo, tremante e addolorato, estasiato e infinito, che senza esagerare troppo in parole e dialoghi fa commuovere.