Nell’interminabile travaglio, doloroso e grottesco, che ha accompagnato il parto della legge finanziaria 2019, tra tutti i contendenti il solo punto a favore è quello che può marcarsi il governo giallo-verde per aver tenuta botta – unico caso a memoria d’uomo – a fronte della Commissione europea: il merito del rifiuto di assumere la postura del tappetino; tutelando almeno formalmente la propria dignità di partner dell’Unione indisponibile a scendere al livello di uno Tsipras qualunque, che sbraita e fa il fenomeno a casa propria e poi – in trasferta – si trasforma in uno yes-man sottomesso a ogni prepotenza.

Posizione “verticale” – la nostra – in cui vigeva non solo calcolo elettorale ma anche legittima fierezza. E pure molto bluff teatralizzato, indubbiamente. Ma la politica ha una sua eminente dimensione simbolica che non deve mai essere sottovalutata. Cui possiamo aggiungere l’inaspettato soccorso della dea bendata: la fortunosa e inaspettata accensione dello stellone d’Italia, sotto forma di riacutizzarsi del pasticcio Brexit e di crollo improvviso della grandeur macroniana sotto schiaffo dei gilets jaunes, che ha dirottato altrove l’attenzione primaria di Bruxelles. Ennesima conferma che la fortuna aiuta gli audaci (o magari gli incoscienti).

Per il resto – dato al nostro governo quello che è del governo – la sostanza dell’intera vicenda è stata di una pochezza disarmante in quanto a contenuti.

Intanto siamo tornati ai dibattiti parlamentari silenziati a colpi di fiducia; con un effetto silenziamento che non riesce a nascondere la mancanza di progetto politico, che non sia quello di blandire i rispettivi elettorati dei due azionisti di governo. Difatti solo Luigi Di Maio (o a suo tempo Matteo Renzi) può pensare che distribuire mance a pioggia evochi una Mano Invisibile che innesca sviluppo. Tema che non tocca minimamente Matteo Salvini, intento a coccolarsi gli energumeni del tifo ultras, che potranno venire bene a partire dalle votazioni del prossimo maggio. Per le abbinate elezioni europee e amministrative. Sempre che il Capitano dal tweet facile non pensi di incassare in politiche anticipate il tesoretto virtuale di consensi accreditatigli dai sondaggi.

Perché l’intermediario tra i due effettivi capi di governo Giovanni Conte ha un bel dire che la compagine non deve e non può essere sciolta, può ingegnarsi a scaricare le tensioni interne promettendo rimpasti che gli vengono immediatamente smentiti. Il fatto è che il boss leghista è animale dalle antenne troppo sensibili per non rendersi conto che quando gli effetti della manovra economica di fine anno entreranno in funzione saranno dolori. Altro che “finanziaria del popolo”, il varo del vagheggiato nuovo corso di risanamento nazionale.

Difatti se Luigi Di Maio sguaina in permanenza il suo ormai cronico sorriso incosciente, il faccione salviniano rivela una crescente cupezza per i segnali che gli giungono dalle sue storiche enclave a Nord-Est; siano le associazioni industriali, sia il governatore veneto Zaia, che percepiscono aggravamenti sociali ed economici in arrivo. Sotto forma di ulteriore caduta libera del sistema produttivo, dopo le tante chiacchiere sulle imprese 4.0 e le meraviglie competitive inesistenti del nostro export,  ma anche come risentimento montante quando sarà percepito appieno l’effetto di aggravamento della pressione fiscale determinato dai pasticci governativi.

La previsione che qui si fa è che anche per il tandem Salvini-Di Maio la luna di miele con il Paese tenda all’esaurimento. Ma il primo si è costruito un marchingegno che a breve lo mette in sicurezza nei confronti della crescente natura ondivaga del corpo elettorale. Per il secondo, dopo aver dilapidato tra PugliaVal di Susa buona parte del capitale di consensi che aveva portato 5S a essere il primo partito nazionale, potrebbe prefigurarsi un destino analogo a quello dell’Italia dei Valori e del suo guru Antonio Di Pietro. Del resto esperienze che trovano il proprio trait d’union nel comune patrocinio della Casaleggio Associati.

Mentre continua a essere incomprensibile cosa le opposizioni ci stiano a fare.

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