Il governatore del Veneto, Luca Zaia, aveva detto: “Sotto l’albero di Natale avremo il regalo più bello, il riconoscimento dell’autonomia, che i veneti hanno votato con un referendum (consultivo, ndr) nell’ottobre 2017”. Natale è passato e per il momento è venuta solo la promessa del premier Giuseppe Conte che alcuni giorni prima del 25 dicembre ha annunciato entro un mese la fine dell’istruttoria sulla richiesta delle tre regioni del nord, non solo il Veneto, ma anche Lombardia ed Emilia Romagna. Quindi, il 15 febbraio ci sarà la firma che avvierà la procedura per arrivare a una legge votata dal parlamento che riconosca il decentramento amministrativo di un certo numero di funzioni (il Veneto ne chiede 23) finora appannaggio dello Stato.

A Venezia, nella sede della giunta regionale, si è brindato a quello che è stato interpretato come un successo. Ma i malumori non sono mancati, perché i tempi saranno ancora lunghi e l’incertezza continua a regnare. Non a caso da giorni Zaia ripete che se non vi sarà il riconoscimento dell’autonomia, questo governo andrà a casa, perché il tema è di quelli irrinunciabili per la Lega. Il che è la dimostrazione del nervosismo che si respira a Venezia, aggravato dalle dichiarazioni rilasciate dal vicepremier Luigi Di Maio, proprio in coincidenza con il Natale, che hanno alimentato la diffidenza dei leghisti nei confronti del M5S.

Cosa ha detto Di Maio? “Il principio generale è che l’autonomia non deve danneggiare le altre regioni, ma deve permettere a quelle popolazioni che l’hanno chiesta di averla, e quindi nell’ambito dello statuto ordinario. Non stiamo creando uno statuto speciale, ma regioni che hanno un’autonomia maggiore sulla base del principio costituzionale vigente”. E poi ha aggiunto: “Sarà una lunga contrattazione con le regioni. Il presidente del consiglio Conte ora avvierà la trattativa con le regioni. Abbiamo sostenuto i referendum di Lombardia e Veneto in passato, lo abbiamo fatto in tempi non sospetti. Bisognerà andare nella direzione dell’autonomia. Ma che tipo di autonomia sarà parte della discussione. Basti pensare che Lombardia e Veneto, chiedono due tipi di autonomia diverse”.

Intanto però il suo collega vicepremier Matteo Salvini assicurava: “Ci siamo dati dei tempi, entro metà febbraio la proposta finale del governo alle regioni che hanno chiesto l’autonomia. È un passaggio storico, perché i soldi più vicini sono spesi dagli stessi cittadini: meno si ruba, meno si spreca e meno si spende”.

A Venezia non si fidano. La riprova è nell’uscita pubblica del professore Mario Bertolissi, docente di diritto costituzionale all’università di Padova, capo della delegazione di Zaia che sta trattando con il ministero degli Affari regionali, al cui vertice c’è la leghista vicentina Erika Stefani. Bertolissi ha firmato un lungo intervento sui quotidiani veneti del gruppo Finegil, attaccando lo “statalismo” e il “centralismo” romano che punterebbero a ritardare ancora la riforma. Il docente paragona l’eterna attesa di Godot nel lavoro teatrale di Samuel Becket all’attesa dei veneti, “con una speranza che ogni rinvio rende meno sicura”.

Anche perché sulla strada c’è il problema cruciale di quantificare l’entità dei trasferimenti finanziari, che dovrebbero avvenire in una prima fase a saldo invariato nel passaggio di competenze dallo Stato alle Regioni. Ma sullo sfondo c’è il grande problema di definire i costi standard delle regioni, così da uniformare la spesa. E su questo punto sta lavorando una commissione paritetica.

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