di Luigi Manfra*

L’Algeria è un Paese di giovani? Sembrerebbe di sì, gli individui con meno di 25 anni sono infatti 18,8 milioni, pari al 45% della popolazione, mentre quelli sotto i 30 anni arrivano addirittura al 55% del totale. Questo fenomeno è il risultato dell’incremento del numero delle nascite, passato dai 2,2 figli per donna nel 2002 ai 3,1 nel 2017. Alla stessa data Marocco e Tunisia, Paesi simili per cultura e struttura sociale, presentano un valore inferiore, pari a 2,4 figli, quale effetto di un lento ma continuo declino della natalità. Le cause di questa anomalia sono molteplici ma, prima di avanzare delle ipotesi in merito, va sottolineato che lo stesso istituto di statistica algerino, nelle sue previsioni al 2040, ridimensiona il fenomeno prevedendo a quella data un tasso di fertilità di 2,4 figli per donna. La ragione di questa impennata delle nascite va vista, secondo gli esperti, nella particolare congiuntura economica da un lato e nell’evoluzione sociale e culturale che ha caratterizzato il Paese negli ultimi 15 anni dall’altro.

L’aumento della fertilità potrebbe, innanzitutto, essere dovuto allo sviluppo economico e sociale del Paese che, grazie alla rendita petrolifera, ha consentito allo Stato di sovvenzionare molti beni primari e di avviare un vasto programma di alloggi sociali, che ha permesso un aumento dei matrimoni rimuovendo un ostacolo alla crescita della natalità. Ma a partire dal 2014, con il brusco calo del prezzo del petrolio, le entrate fiscali si sono drasticamente ridotte e il welfare è stato finanziato dalle riserve accumulate dallo Stato negli anni precedenti, che ora cominciano a scarseggiare. È evidente il corto respiro di una tale politica e appare sempre più necessario che l’Algeria ponga basi più solide per il futuro, avviando una diversificazione produttiva che riduca la dipendenza dagli idrocarburi. Infatti, ancora oggi la quasi totalità delle esportazioni e più della metà delle entrate pubbliche derivano da questa materia prima. La sostanziale pace sociale, che il generoso welfare pubblico ha assicurato finora, comincia a scricchiolare. Anche se il clima sociale è ancora positivo, alcuni segnali di malcontento tra gli insegnanti e altre categorie di lavoratori cominciano a emergere, come è avvenuto di recente per i medici ospedalieri guidati da un sindacato autonomo.

Ma alla base di questo boom delle nascite c’è anche un elemento culturale che va sottolineato. Da qualche decennio nei Paesi musulmani si assiste a una ripresa della fede religiosa soprattutto nei suoi aspetti più conservatori e moralisti. È un fenomeno che, pur convivendo con alcuni aspetti della modernità tecnologica, ripropone come modello culturale il ritorno a usi e costumi tradizionali come il matrimonio, l’osservanza dei precetti religiosi, anche e soprattutto per l’accresciuto controllo sociale su questi temi. Non si tratta di un fondamentalismo di tipo politico, ma di un conformarsi della società verso modelli di comportamento più vicini alla pratica religiosa, che nel caso dell’islam pervade tutta la sfera pubblica della società.

Ai motivi culturali si affianca il terribile ricordo della tragedia del terrorismo degli anni Novanta, che fece in pochi anni 200mila morti fra la popolazione algerina e che spinge ancora oggi il Paese verso l’accettazione dello status quo. Non a caso le rivolte delle cosiddette “primavere arabe” hanno avuto scarso seguito nel Paese. L’insoddisfazione, soprattutto tra i giovani, esiste ed emerge di tanto in tanto con manifestazioni di protesta, ma sono essenzialmente proteste sociali alimentate dalla mancanza di posti di lavoro e da un futuro senza prospettive di miglioramento. Il ripiegamento della società verso atteggiamenti privatistici e familiari trova un’ulteriore motivazione nell’immobilismo del quadro politico, che sembra chiuso a ogni forma di rinnovamento. Le elezioni legislative del 2017 ne sono un sintomo inequivocabile. La ridotta affluenza al voto, pari al 38,25% – dato ridotto poi al 35% dai riconteggi della corte costituzionale – rappresenta un sintomo del crescente distacco tra i cittadini e le istituzioni e testimonia una più generale disaffezione nei confronti della vita politica.

Le imminenti elezioni presidenziali vedono ancora una volta come candidato, anche se non ancora in forma ufficiale, l’attuale presidente Abdelaziz Bouteflika, al potere dal 1999 e al suo quarto mandato. Bouteflika, colpito da un infarto che dal 2013 lo ha costretto sulla sedia a rotelle, è riapparso di recente in pubblico dopo oltre due anni di assenza. La sua candidatura è il sintomo della paralisi che attanaglia le fazioni al potere e che impedisce un rinnovamento della leadership che sia in grado di riportare il Paese verso un più dinamico sentiero di crescita e un più inclusivo processo democratico.

* Responsabile scientifico del Centro studi Unimed, già docente di Politica economica presso l’Università Sapienza di Roma

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