La liberalizzazione bancaria avvenuta negli anni 90 con l’abolizione della legge Glass-Steagall ha spalancato la porta alla speculazione finanziaria che, ovviamente, per operare al massimo delle proprie possibilità, ha bisogno di molti capitali e pochi controlli. Più che una liberalizzazione delle banche si è assistito perciò a una liberalizzazione dei mercati, delle speculazioni finanziarie e delle crisi che arrivano periodicamente a riaggiustare le quotazioni nei mercati e l’eliminazione dei soggetti economici più deboli.

Alcuni economisti hanno però individuato nel sistema bancario l’anello debole del sistema economico, quello che concentra troppo su di sé il transito di tutte le operazioni economiche e monetarie, ma nel contempo aborre ogni controllo in quanto rallenta o impedisce lo svolgimento di un numero maggiore di operazioni. Dopo la pesantissima crisi del 2008, hanno quindi cominciato a pensare come evitare quel “collo di bottiglia” che, tra l’altro, obbliga anche gli Stati a intervenire per il loro salvataggio quando, con le crisi, persino le grandi banche rischiano di fallire.

Emergono così nuovi studi e teorie volte a riformare il sistema finanziario. La teoria che sta attualmente guadagnando quota tra gli studiosi si chiama Mmt (Modern Monetary Theory) e si basa sostanzialmente sull’espansione della base monetaria attualmente ristretta appunto al sistema bancario controllato dalle banche centrali. Un’espansione che vedrebbe al centro del sistema economico gestione monetaria, banche e finanza operare assieme nel sostegno dell’economia nazionale.

La parte più innovativa è quella che vedrebbe questi co-gestori della ricchezza nazionale (banche, hedge funds e finanziarie) attivi nella raccolta del risparmio e collaborare con i governi per stanziare le somme necessarie agli investimenti. Questa teoria assume che, poiché il prodotto interno lordo per essere registrato necessita di passare dalle banche, ne consegue una forte limitazione rispetto ai flussi che verrebbero generati allargando la base monetaria a tutto il comparto finanziario, che comprende il risparmio.

Con una base monetaria più ampia e non soggetta a limiti operativi chi è padrone della propria moneta, se ha un’economia forte, può sostenere senza grossi problemi anche indebitamenti molto elevati. L’esempio del Giappone fa testo. Non sorprende quindi che queste nuove teorie richiamino l’attenzione di molti governi (Usa inclusi) e che teorie come quelle del Mmt o del Positive money (abbastanza simile) vedano crescere l’interesse tra molti studiosi.

Sul noto settimanale economico Bloomberg Businessweek, nell’articolo: The Hedge Fund guy lefties can love (Il gestore di fondi protetti che le sinistre possono amare), il noto gestore di hedge funds Warren Mosler sostiene senza tentennamenti che l’Mmt può rappresentare la corretta soluzione ai problemi creati nelle fasi recessive, dando ai soggetti direttamente interessati più potere decisionale durante le crisi, senza aspettare i quasi sempre tardivi sostegni dalle banche. Dissente però il prof. Joseph Gagnon del Peterson Institute for International Economics di Washington che (giustamente) vede il rischio di un’inflazione a due o più cifre (vedasi il Venezuela proprio di questi tempi). Però concede che se la Grecia avesse potuto gestire da sé la propria moneta non sarebbe sprofondata nell’abisso in cui è caduta. Ma Mosler ribatte che il pericolo inflattivo è noto da più di un secolo e sorge solo quando viene immessa troppa liquidità nel sistema senza esserci vera necessità. Già Keynes lo sosteneva.

Giusto, ma adesso è proprio Trump, un sostenitore di queste teorie durante la sua campagna per le “presidenziali”, a smentirlo, dato che ha usato e abusato ogni stimolo a sua disposizione (aumento del debito e del deficit contemporaneo a una cospicua riduzione delle tasse) senza che ce ne fosse reale bisogno. Tuttavia gli Usa non erano in crisi quando sono arrivati questi benefici, eppure l’inflazione è salita appena sopra al 2% senza dare alcun segno di immediato pericolo. Questo è però un fenomeno macroeconomico del tutto nuovo e può essere stato determinato dal fatto che i benefici non siano arrivati ai consumatori. Infatti è sparita la disoccupazione ma le paghe non hanno visto incrementi sostanziali, quindi il beneficio è arrivato alle imprese che lo hanno investito in autofinanziamento (a beneficio dei soci) e con investimenti soprattutto all’estero (per non pagare le tasse).

Trump non ha badato a spese, ma ha speso soldi non suoi. Infatti il deficit americano è esploso quest’anno alla cifra di 779 miliardi di dollari e il debito americano è arrivato quasi a 22mila miliardi di dollari, superando abbondantemente l’asticella del 100% sul Pil americano. E tra soli nove giorni il governo potrebbe chiudere cassa (shutdown!) per mancanza di fondi a causa del tetto di bilancio. Si potrebbe dire che agisce da spericolato, ma non si può perché lui lo considererebbe un complimento.

Per concludere, direi che di guasti all’economia ne sta già combinando abbastanza Trump da solo (solo lui ne ha beneficio) e non è con riforme come l’Mmt che si possono risolvere i problemi creati dalla libera finanza e dalle spericolate banche, cioè eliminando anche quei pochi controlli sulla finanza che le banche esercitano attraverso i prestiti. È comprensibile che sia un gestore di fondi a chiedere questa riforma, ma di guasti nel sistema bancario ce ne sono già abbastanza. La riforma degli anni 90, quando e’ stata liberalizzata l’attività bancaria, ha spalancato la porta alla speculazione finanziaria, potenziata poi da operazioni automatiche e da supercalcolatori. Allargando alle grinfie degli speculatori finanziari anche la leva monetaria, potremmo presto ritrovarci in crisi perenne, altro che aiuto alle imprese e alle persone. “Quelli”, a mio avviso, cercano solo di allargare il loro campo d’azione.