La “libera” informazione – talmente “assediata” dal regime gialloverde da mobilitarsi come mai prima sul grave rischio fascismo in Italia, anche se finisce inevitabilmente per arringare se stessa come sperimentato alcuni giorni fa dai sedicenti perseguitati di Repubblica – si sta concentrando parallelamente su due fronti strategici in sinergia con la cosiddetta opposizione: in particolare a rimorchio delle mosse, delle trame o delle semplici sparate dell’intramontabile coppia del Nazareno.

Mentre Matteo Renzi per rinsaldare l’eterno feeling con Arcore sollecita la sinistra a chiedere scusa a Silvio Berlusconi, “un pischello” a paragone di Salvini (al governo grazie al combinato disposto del Rosatellum e del rifiuto al dialogo con il M5s imposto dal senatore semplice di Rignano) e a “sinistra” si moltiplicano i nostalgici di Silvio, che “sapeva qualcosa del mondo”, come ci ha ricordato con l’intuito dello scrittore Sandro Veronesi, si fa sempre più strada almeno negli auspici di commentatori e opinionisti “il partito che non c’è” e che dovrebbe rappresentare la riscossa dell’Italia “migliore”.

Questo primo fronte ha trovato il suo palcoscenico più rappresentativo almeno inizialmente nella piazza di Torino dei Sì Tav, che, oltre a essere stati numericamente sovrastimati, sono diventati a reti unificate la quintessenza del più meritevole ed esemplare civismo da contrapporre al disfattismo retrogrado dei No Tav e la plastica rappresentazione di un movimento spontaneo e apartitico che chiedeva rappresentanza. Poco importa se, come era evidente da subito, dietro e molto attivi ci sono navigatori politici e lobbisti di lunghissimo corso – felicemente traghettati dalla prima alla seconda repubblica e in cerca di adeguati riposizionamenti – finanzieri, imprenditori, rappresentanti del partito del Pil e/o degli affari, che hanno come primario se non unico obiettivo quello di annientare gli alieni al governo “poco esperti del modo”.

“Il partito che non c’è” viene per esempio tratteggiato da Enrico Cisnetto, sul QN del 30 novembre, come l’insieme di quegli italiani che a Torino, Verona, Milano “reclamano una politica per la crescita e una modernizzazione priva di tabù ideologici, contro la paralisi di una politica finita in mano ai dilettanti” e rimanda all’immagine di “un’Italia fatta di gente educata e competente che lavora, produce, crea ricchezza” ovvero “l’Italia che ha fatto grande l’Italia e che ora di fronte al declino che si fa decadenza reagisce”. E inevitabilmente segue la domanda, più o meno retorica riguardo “la rappresentanza politica”: cioè se saranno “le stesse forze civiche spontanee” a darsi “concretezza politica” o se le ex forze di governo “sapranno raccogliere questo disagio” e rappresentarlo degnamente.

A vedere le grandi manovre renziane in corso – finalizzate a segnare la distanza sempre più ostentata con quel che resta del suo partito e a tastare la disponibilità di alcuni senatori azzurri a confluire nei suoi Comitati civici, dall’incredibile nome “Ritorno al futuro” – con l’aggiunta del tributo all’insuperato padre delle 41 leggi ad personam sembrerebbe che, nonostante i sondaggi scoraggianti, l’intenzione di fare il suo personale “partito che non c’è” per salvare l’Italia dalla deriva del Salvimaio ci sia eccome. Così come è attivissimo il cantiere sottotraccia del centrodestra che include pezzi consistenti della Lega, sempre più insofferenti al rispetto del contratto di governo con il M5s, in primis i governatori del Nord, il cosiddetto partito del Pil sostenuto da un’operazione di aperta propaganda da tutta la (grande) stampa e naturalmente B., ossigenato da sempre nuovi tributi di stima, che ha già da tempo aperto la campagna acquisti tra i malpancisti del M5s e tenta con un restyling disperato di trasformare in una freschissima “Altra Italia” la sua malconcia “Forza Italia“.

E naturalmente per “ritornare al futuro” – che vorrebbe dire nel nostro caso ripiombare nell’eterno ritorno dei soliti noti – bisognerà, come nell’intramontabile film di Zemeckis, unire le forze e poter contare sulla propaganda e le fake news della sempre “libera” informazione. Infatti non bisogna dimenticare l’altro fronte, fondato sulla perfetta convergenza tra la vecchia politica – che non sa e non è interessata a fare opposizione – e il sedicente giornalismo all’americana (la definizione è di Maria Teresa Meli) declinato però secondo lo stile italiota e sempre in consonanza con il potere immutabile nel tempo. Quel tipo di giornalismo che “scava” solo dove non ci sono i veri scandali che coinvolgono gli intrecci tra politica e affari. Quella “libera” informazione implacabile con i potenti anomali e isolati politicamente, figli di un signor nessuno e cresciuti in un epicentro dell’abusivismo, che non hanno interagito con le attività (irrisorie), le irregolarità (calcinacci sparsi) e i presunti abusi (su tre o quattro capanni) commessi dal padre, come nel caso di Luigi Di Maio e al contrario svagata e condiscendente con il potere, gli affari e la rete di influenze amicali e familistiche all’ombra del Giglio magico, per limitarsi solo a un recente passato.

E non mancano nemmeno copiosi esempi di involontaria comicità per eccesso di sfrontatezza, destinati a produrre un prevedibile effetto boomerang: vedi il Sallusti indignato che denuncia a tutta pagina dal Giornale il grave conflitto di interessi di Luigi Di Maio, in quanto sono gli ispettori del lavoro a dover valutare le sue dichiarazioni in merito alla regolarità dell’attività prestata per un mese nell’attività paterna un’estate di dieci anni fa, quando era uno studente appena ventenne.