La pubblicazione sul sito del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca di tutti i quadri di riferimento per la predisposizione e lo svolgimento degli scritti della nuova maturità, che debutterà a giugno con le regole previste dal decreto legislativo 62 del 2017, ha aperto il dibattito. Soprattutto sulle novità per i licei, in modo particolare per il classico. Già, perché la seconda prova scritta prevede significativi cambiamenti. Non più la tradizionale versione: ci sarà una prova articolata in due parti. Prima la “traduzione di un testo in lingua latina o in lingua greca (comprensione e resa)”. Poi, la “risposta a tre quesiti relativi alla comprensione e l’interpretazione del brano, all’analisi linguistica, stilistica ed eventualmente retorica, all’approfondimento e alla riflessione personale”.

Le prime reazioni dei maturandi, improntate alla preoccupazione. Al timore che “quest’anno sarà più difficile”. Alla sensazione che sarà davvero impervia la scalata della montagna. Certo, per completare la prova ci saranno sei ore e non più quattro. Insomma, più tempo a disposizione. Per procedere alla traduzione del brano, “la cui lunghezza sarà contenuta entro le 10-12 righe”. Brano che, informa la circolare ministeriale, “sarà corredato di un titolo e di una breve contestualizzazione, contenente informazioni sintetiche sull’opera da cui è tratto e sulle circostanze della sua redazione. Inoltre sarà corredato di parti che precedono (pre-testo) e seguono il testo proposto (post-testo) in traduzione italiana o nella lingua in cui si svolge l’insegnamento.

Novità, quindi. Anche se in realtà, solo parziali. Già, perchè almeno dal 2015 la versione, nell’alternanza irregolare tra latino e greco, ha oscillato in lunghezza tra 13 e 17 righe, ed è stata preceduta da un titolo e una contestualizzazione. Bisogna riandare al 2014 per trovare un titolo privo di un’introduzione. Allora gli studenti si confrontarono con le 17 righe del brano del “Non si deve credere facilmente alla calunnia” di Luciano.

Una prima riflessione riguarda proprio la lunghezza, stabilita dal Miur come uno dei parametri per la prima parte della prova. Possibile che la differenza sia lì? Nelle righe, insomma? Possibile che non si sia contemplata la differente difficoltà esistente tra testi di identica lunghezza? Come se tradurre Cesare equivalga a cimentarsi con Tacito. Oppure Aristotele possa paragonarsi a Plutarco. È evidentemente corretto dotarsi di regole: definire ampiezze delle prove per non andare incontro a prove differenti in anni diversi. Ma la scelta di dare i numeri (delle righe) appare tutt’altro che felice. Peggio ancora, non sembra sensata. Non sembra possibile che a definirla siano stati proprio i tecnici del ministero che, c’è da crederlo, dovrebbero avere se non altro dimestichezza con i rischi che comporta la traduzione di un testo.

La seconda riflessione è invece sui quesiti della seconda parte della prova. Il momento nel quale si chiede agli studenti di dare prova della comprensione del testo. Interpretandolo. Analizzandolo. Aggiungendo le considerazioni derivate dalla riflessione personale. Non poco quel che si chiede. Anche in considerazione dei programmi svolti, realmente. Per rispondere in maniera esauriente bisogna davvero saper padroneggiare i classici. Non soltanto la versione proposta. Già, perché la letteratura greca e latina si studia, generalmente. Magari ci si sofferma su alcuni autori. Si tenta l’operazione di impossessarsi della vitalità che le loro opere possono restituire, ma molto spesso si finisce per essere soddisfatti di ricordare nomi, date, insieme alla trama e a qualche corrispondenza con gli avvenimenti storici. Per raggiungere la maturità che presuppongono i quesiti del Miur bisogna aver integrato, in proprio. Mossi dalla curiosità. Animati dal fuoco della conoscenza. Per questo nella gran parte dei casi i ragazzi che affronteranno l’esame il prossimo giugno non avranno i mezzi per esaudire le richieste del Miur.

L’aver deciso di suddividere la seconda prova non pare insomma un granché. La scelta di somministrare “un pezzo” di versione e delle domande su di esso, suggerita, probabilmente, più dal desiderio di introdurre l’ennesima novità che dalla consapevolezza della sua reale utilità. L’ennesima novità che sembra non fare i conti con lo status quo. Il nuovo cambiamento che svilisce “la prova delle prove” al liceo classico. La versione, appunto. Già, perché la seconda parte del nuovo esame era implicitamente presente nella traduzione. C’è sempre stata, anche se non evidenziata da quesiti. Proprio così! Perché per tradurre non è sufficiente traslitterare. Mai! Ancora di più se si tratta di testi greci oppure latini.

“Tradurre un testo classico significa mettere in atto un ragionamento complesso che stimola i processi analitici, sintetici, intuitivi, gnoseologici, che induce a impostare un’ipotesi di lavoro e sottoporla, poi, a critica per vedere se funziona”, sostiene il grecista Massimo Cazzulo. Tradurre costringe a scegliere: non solo semplici parole, ma pensieri. Cristallizza oppure frantuma concetti contenuti in un segno. Insomma è un esercizio che comporta conoscenza e profondità. Anche se ci si trova di fronte al greco scolastico di Esopo oppure al latino elementare di Fedro. La traduzione passa anche attraverso l’intuizione. Insomma è un’orchestra che suona una melodia unica soltanto se si è capace di armonizzare le differenze. Soltanto se si è in grado di accendere la luce, nel buio. Per questo la “vecchia” versione era, nella sua innegabile difficoltà, un impegno gravoso. Un cimento del quale avere ricordo per sempre. Un ostacolo superabile, in ogni caso. La “nuova” seconda prova è più che probabile sia un cimento per molti al di sopra delle forze. Un muro invalicabile, anche in considerazione di quel che i licei sono. Il Miur sperimenta, i ragazzi ne fanno le spese. Come al solito.