La data è decisa, dopo settimane di polemiche e tentativi (da parte dei renziani) di allontanare e congelare il Congresso Pd. Le primarie per decidere chi sarà il prossimo segretario dem si terranno il 3 marzo, quasi un anno dopo la disfatta elettorale del 4 marzo 2018. Eppure, in casa dem si litiga su tutto: regole, Statuto, modalità di partecipazione e tesseramento. Anche perché, considerato l’alto numero di candidati in campo e la possibilità (più che concreta) che nessuno raggiunga il 51%, alla fine potrebbe essere l’Assemblea a decidere chi sarà a guidare il partito, regole alla mano. Un cambio era stato richiesto soprattutto (ma non solo) dai sostenitori di Nicola Zingaretti. Ovvero, il presidente della Regione Lazio, candidato in vantaggio su Marco Minniti (sostenuto dai renziani) e Maurizio Martina, sondaggi alla mano. Ma la richiesta di far comunque vincere chi raggiungerà più voti, con un ‘patto tra gentiluomini’, viene al momento respinta: “Cambiare in corsa sarebbe poco serio, ci sono regole definite”, ha rivendicato Matteo Richetti, che ha lasciato la corsa per i gazebo per convergere in ticket con Martina. E lo stesso segretario uscente Martina ha spiegato: “L’importante è che il Congresso sia aperto e partecipato, non chiuso a tavolino”, tagliando corto sulla polemica regolamentare.

Ma è l’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, che sosterrà Zingaretti, ad attaccare la maggioranza uscente: “Si poteva cambiare, ma è stata questa, in tutte le sue declinazioni, a essersi opposta. Ora l’importante è che si parta”. Francesco Boccia, candidato vicino a Michele Emiliano, invece, ha attaccato sulle modalità di partecipazione: aveva infatti chiesto di tenere aperto il tesseramento, anche nella forma cartacea fino al 31 dicembre prossimo, per consentire a un maggior numero di persone di iscriversi e poter votare nella prima fase del congresso riservata ai soli iscritti. Ma la sua richiesta non è stata accolta: “Prima di pensare a chi vincerà, bisognerebbe pensare ad aprire meglio il portone: serve un Pd aperto, ma la maggioranza uscente ha chiuso le porte. Ora si stanno dividendo quel che resta del Pd”. Al contrario, per Cesare Damiano servirebbe “riconsegnare il partito ai suoi iscritti”.

In pratica, un litigio su tutto: regole, Statuto, data delle primarie, per un partito ancora dilaniato tra correnti e riposizionamenti interni. E i programmi ancora assenti, come denunciato dal ‘padre nobile’ Romano Prodi? “Arriveranno, facciamo il Congresso per confrontarci su questi”, tagliano corto quasi tutti i dem, dal renziano Guerini allo stesso Orlando, passando per Richetti, che ha spiegato di averlo già sul proprio sito (e come su questo abbia deciso di convergere Martina, ndr). Tutti d’accordo, almeno su questo. Anzi, c’è chi, pur ironicamente, ammonisce il Professore: “Nutro grande stima per lui, ma devo rimproverarlo: ti sei dimenticato del mio programma, presentato il 6 ottobre, in netta discontinuità”, ha scherzato lo stesso Damiano

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