“Ho preso le distanze dal fatto, ma ovviamente non da mio padre. Non voglio scaricare mio padre”. Mentre le Iene stavano per mandare in onda il secondo servizio sui lavoratori in nero dell’azienda di Antonio Di Maio, il vicepremier si è difeso a Di Martedì, rispondendo alle accuse di Matteo Renzi e, soprattutto, di Maria Elena Boschi, che aveva augurato a Di Maio senior di non provare tutto ciò che suo figlio e i 5 Stelle avevano fatto provare a suo padre per il caso Etruria. “La signora Boschi andava in Consob a chiedere aiuto per la banca del padre: è un caso opposto al mio perché c’erano i figli che andavano a chiedere per i padri – ha contrattaccato Di Maio – Io oggi non sto aiutando mio padre a coprire i fatti: anzi porto le carte a Le Iene” a cui per altro “non ho mai chiesto di non mandare in onda i loro servizi come qualcun altro in passato ha fatto”. Se lo scambio di accuse rappresenta il risvolto politico della vicenda, l’inchiesta delle Iene è andata avanti, confermando quanto raccontato anche da Il Fatto Quotidiano. In tal senso, gli operai in nero sono almeno tre e non uno come emerso dal primo servizio del programma di Italia 1. Non solo. Uno di questi è ancora in causa con il padre del vicepremier e attuale ministro del Lavoro Luigi Di Maio.

L’INCHIESTA SUI LAVORATORI IN NERO – Dopo il servizio di domenica de Le Iene, a Pomigliano d’Arco non si è parlato d’altro: la vicenda di Antonio Di Maio e le assunzioni non regolari per la sua impresa edile hanno riempito le conversazioni nel popoloso comune alle porte di Napoli. Di parlare ai giornalisti, però, nessuno ne ha avuto voglia. Tutti erano in attesa di vedere il secondo video della trasmissione di Italia Uno. Le anticipazioni si sono rincorse per tutta la giornata, con la polemica politica e le accuse tra i vari schieramenti ad alimentare l’attesa. Il servizio è andato in onda poco prima delle 23 e ha confermato le indiscrezioni circolate nel pomeriggio. L’inviato Filippo Roma ha contattato altri tre lavoratori tenuti a nero dal padre di Luigi Di Maio tra il 2008 e il 2009, anni in cui l’attuale ministro non possedeva quote societarie dell’azienda di famiglia. I tre dipendenti in nero si chiamano Mimmo, Giovanni e Stefano. Il primo ha lavorato in nero per Antonio Di Maio per tre anni ed attualmente è in causa con il padre del vicepremier. Ha perso in primo grado (“Hanno cambiato il giudice in corsa ed è andata così” ha detto a Filippo Roma nella telefonata andata in onda), ma è pronto ad affrontare il ricorso. Il secondo lavoratore, Giovanni, ha è stato dipendente di Antonio Di Maio per otto mesi, mentre il terzo -Stefano – per un tempo non specificato. A quest’ultimo, però, è legato un aneddoto confermato dagli altri lavoratori sentiti dalle Iene: un giorno sul cantiere dei Di Maio è arrivato l’ispettore del lavoro e Stefano è dovuto scappare nei campi per non essere scoperto. Questo, ovviamente, è quanto sostengono i lavoratori sentiti dalle Iene. Il vicepremier Di Maio, da par sua, ha appreso dell’esistenza di questi altri tre casi oltre a quello di Salvatore Pizzo (e per quest’ultimo ha confermato che si è trattato di lavoro nero), ha condannato l’operato del padre e promesso di fornire tutta la documentazione necessaria per chiarire la questione. Contestualmente, però, il ministro del Lavoro ha tenuto a sottolineare che il suo papà ha assunto regolarmente molti lavoratori, per decenni. Concetto poi ripetuto anche a Di Martedì.

LE RISPOSTE DI DI MAIO – “Io di questi nomi non so nulla, così come non sapevo nulla di Salvatore Pizzo – ha dichiarato il capo politico del M5s a Le Iene – Ho fatto le mie verifiche e mi sono messo a disposizione, come immagino apprezzerete”. Il vicepremier poi ha detto di aver chiesto al padre spiegazioni sulla vicenda di Salvatore Pizzo: “Lui mi ha detto del caso di Pizzo ed è finita lì. Come sempre – ha aggiunto il ministro – sono a vostra disposizione: se avete altre informazioni io vi fornisco quello che serve. È chiaro ed evidente che io posso chiedere e fare le verifiche”. Le Iene, poi, hanno avanzato un’altra ipotesi, ovvero che lo stesso Luigi Di Maio – che spesso in passato ha dichiarato di aver fatto il muratore d’estate per l’azienda del padre – fosse stato impiegato a nero. L’inviato Filippo Roma ha infatti chiesto conto a Di Maio della “documentazione che dimostri il fatto che lui stesso non lavorasse in nero come muratore per la ditta di famiglia” basandosi sul fatto che “spesso il ministro ha raccontato di aver lavorato d’estate in azienda”. Di Maio ha assicurato che la sua posizione è sempre stata regolare, preannunciando di essere in possesso di tutte le carte per poterlo dimostrare. Anche in questo caso, il capo politico del M5s ha ripetuto il concetto negli studi di La7, dove era ospite da Floris a Di Martedì: “Quando ho lavorato per l’azienda di mio padre ero segnato regolarmente” con un contratto e “esibirò tutti i documenti del caso. In quel periodo non avevo chissà quale rapporto con mio padre – ha aggiunto – e non ero socio dell’azienda. Lo sono diventato cinque anni fa, quando ero già deputato della Repubblica ed ero a Roma”.

SCAMBIO DI ACCUSE TRA PD E M5S – Sempre dagli studi di La7 il vicepremier ha risposto alle accuse ricevute dal Pd, nella fattispecie dall’ex ministro Maria Elena Boschi: “La signora Boschi andava in Consob a chiedere aiuto per la banca del padre: è un caso opposto al mio perché c’erano i figli che andavano a chiedere per i padri – si è difeso Di Maio – Io oggi non sto aiutando mio padre a coprire i fatti: anzi porto le carte a Le Iene” a cui per altro “non ho mai chiesto di non mandare in onda i loro servizi come qualcun altro in passato ha fatto. Ho preso le distanze dal fatto – ha concluso – ma ovviamente non da mio padre. Non voglio scaricare mio padre, io non interferisco”. La risposta di Di Maio alla Boschi fa parte dei risvolti politici che ha avuto la vicenda, con l’opposizione (in particolare il Pd) decisa a portare il vicepremier a riferire in Parlamento. I 5 Stelle hanno fatto muro a difesa del capo politico. Alessandro Di Battista, ad esempio, ha difeso a spada tratta Di Maio: “Ha avuto una reazione da signore” mentre “il sistema lo attacca perché lo teme”.

Di Battista ha invece attaccato Matteo Renzi e Maria Elena Boschi: “Hanno la faccia come il culo” ha detto, facendo riferimento agli attacchi di Renzi padre e di Renzi figlio e dopo che la ex ministra ieri aveva augurato al genitore Di Maio di non provare tutto ciò che suo figlio e i 5 Stelle avevano fatto provare a suo padre per il caso Etruria. Boschi, a sua volta, ha risposto anche a Di Battista: “Leggendo le volgarità di Alessandro Di Battista capisco che in famiglia il fascista non è solo suo padre”. Tra le accuse incrociate di figli e padri (sulla vicenda sono intervenuti anche Di Battista senior e persino il papà del premier Giuseppe Conte), a cercare di placare gli animi ci ha pensato Matteo Salvini: “Quando si usa una vicenda familiare e privata per fare bagarre politica, non è mai un bel momento. Poi se ci sono stati degli errori ognuno risponderà dei suoi errori”. Intanto, mentre Antonio Di Maio ha detto in tv di aver recuperato tutti i faldoni che contengono la documentazione relativa ai suoi dipendenti, sarebbero stati avviati anche controlli sulla vicenda legata ai manufatti ‘fantasma’ che si troverebbero su un terreno di proprietà della famiglia Di Maio nel vicino comune di Mariglianella.