Con un investimento da 600 a 800 milioni all’anno, l’accoglienza diffusa ha funzionato da volano sia per riattivare economie locali in crisi, sia per rivitalizzare imprese e servizi sociali. Alla vigilia del passaggio alla Camera del decreto Sicurezza, Legambiente presenta il dossier ‘L’accoglienza che fa bene all’Italia’. Una raccolta di 28 storie che coinvolgono 100 comuni e che raccontano come (bene) funziona l’accoglienza diffusa, che ha nel sistema Sprar il modello di riferimento. Un’accoglienza che favorisce lo sviluppo, attraverso concreti percorsi di integrazione e che il dl 113 vuole smantellare“Quasi mai si parla di ciò che funziona – dice Vittorio Cogliati Dezza, responsabile migrazioni di Legambiente – di quella accoglienza che mentre risolve un’emergenza, favorisce lo sviluppo e dà beneficio al territorio”. Secondo l’associazione le prime “vittime” della svolta che il governo intende imprimere riguardo all’accoglienza, sono i migranti, ma i principali danneggiati, soprattutto sul piano economico, sono gli italiani. Perché le nuove regole impediscono “ogni tentativo di avere nei migranti un alleato in più per affrontare alcune delle principali emergenze nazionali: la crisi demografica, il bilancio dei conti dell’Inps, la crisi delle aree interne, la messa in sicurezza del territorio, il recupero di superfici agricole abbandonate e il decoro urbano”.

I CENTRI SPRAR – L’Atlante Sprar 2017, il rapporto annuale prodotto dal Servizio Centrale Sprar realizzato da Ministero dell’Interno ed Anci, mostra un sistema in crescita su tutti i fronti. Nel 2012 i posti messi a disposizione erano 3.979 e 7.823 i beneficiari. Nel 2017 i posti sono diventati 31.340 e 36.995 i beneficiari coinvolti in 776 progetti. In crescita anche il numero di enti locali coinvolti a vario titolo, arrivati ormai a 1.549, e la diffusione territoriale con la presenza in 103 province. L’evoluzione positiva ha consentito anche il trasferimento dai Cas (Centri di accoglienza straordinaria) agli Sprar di 12.985 beneficiari nel 2017 (erano poco più di 4mila nel 2016). Aumentano anche tutte le attività e i servizi offerti dagli Sprar, in primis l’apprendimento della lingua italiana e l’ospitalità per minori non accompagnati e persone vulnerabili, ma anche le attività di formazione professionale, i tirocini formativi e l’inserimento lavorativo.

IL DECRETO LEGGE 113 SMONTA IL SISTEMA SPRAR – Il dl 113, convertito in legge dal Senato, smonta il sistema Sprar in quattro mosse: la cancellazione della protezione umanitaria e l’impossibilità di chiedere asilo se si è entrati illegalmente, per ridurre del 70% gli aventi diritto alla protezione; la limitazione dell’accesso agli Sprar ai titolari di protezione, escludendo quindi i richiedenti asilo che sono la stragrande maggioranza dei migranti ospitati dal sistema di accoglienza; il prolungamento dei tempi di permanenza nei Centri di accoglienza e nei Centri per il rimpatrio (fino a 210 giorni) e la costruzione di nuovi grandi centri, anche in deroga al codice degli appalti. Infine, l’ampliamento delle ragioni che possono determinare la revoca della protezione internazionale e l’espulsione. A tutto ciò si aggiunge la recente riduzione della diaria, che varierà tra 26 e 19 euro, nei Cas e nei Centri di prima accoglienza, con l’eliminazione dell’obbligo di istituire corsi di lingua e altri servizi di assistenza.

CHI PERDE – A pagare le conseguenze della nuova politica saranno per primi i migranti. “Ma pagheranno, anche e da subito – spiega Legambiente – le economie locali” che hanno beneficiato dei progetti dell’accoglienza diffusa (sistema Sprar e i Cas della microaccoglienza). Secondo la Fondazione Moressa i lavoratori stranieri regolarizzati nel 2016 hanno versato 3,3 miliardi di euro di Irpef, 320 milioni per i permessi di soggiorno e le richieste di cittadinanza e 11,9 miliardi per contributi previdenziali. Per un introito totale nelle casse dello Stato di 19,2 miliardi, a fronte di una spesa pubblica per gli immigrati pari a 17,5 miliardi, con un bilancio positivo che oscilla tra 1,7 e 3 miliardi. “Pagheranno i moltissimi piccoli comuni – si prevede del rapporto – che grazie ai progetti di accoglienza diffusa hanno potuto rialzare la testa”. Sono arrivati giovani e famiglie con figli, che hanno ripopolato paesi a prevalente presenza di anziani (dal 2011 al 2016 la popolazione è cresciuta dello 0,26%, mentre la popolazione straniera è cresciuta del 20% circa), hanno fatto riaprire scuole, hanno portato a riattivare servizi sociali e sanitari, utilizzati da tutta la popolazione, hanno creato circuiti virtuosi di nuova cultura e circuiti economici. “E poi pagheranno le città, medie e grandi – si legge nel dossier – dove si riverseranno gran parte dei 600mila clandestini previsti, alla ricerca di qualche risorsa per sopravvivere”. La contromisura annunciata consisterebbe in un aumento dei rimpatri. Secondo una stima di Open Migration sui dati forniti da Frontex, un rimpatrio può costare tra 6mila e 8mila euro a migrante. Per rimpatriare 600mila irregolari servirebbero tra i 3 miliardi e mezzo e i 5 miliardi, ma il decreto stanzia solo 1,5 milioni l’anno per il 2019 e 2020.

LE STORIE – Dietro questi numeri, ci sono le storie e quello che si è potuto fare, invece, grazie all’accoglienza diffusa. C’è Mohamed Momo Sissoko, un ragazzo maliano di 25 anni, ex-beneficiario del progetto Sprar di Alghero. Mohamed ha terminato le scuole, ha iniziato a lavorare stagionalmente come animatore ed è riuscito a farsi assumere nel Cas dove era stato ospitato. Gioca in una squadra di basket e si è iscritto anche a un corso di laurea in cooperazione allo sviluppo. Mezzago, nella provincia di Monza e Brianza, è uno dei 29 comuni consorziati nell’azienda speciale Offertasociale, ente gestore di uno Sprar che ospita 50 persone. “Con il nuovo decreto Sicurezza – spiega nel rapporto il sindaco Giorgio Monti – noi perdiamo tanto, perché abbiamo costruito delle cose che adesso non resteranno più in piedi. Se parliamo di indotto – prosegue il primo cittadino – l’accoglienza è un settore che negli ultimi anni in Italia ha occupato quasi 15mila operatori”.

A Latina, il progetto Sprar è partito nel 2014 con 31 posti, diventati 81 nel 2017. Nell’ambito di questa esperienza, è nato un laboratorio di sartoria artigianale gestito dalla cooperativa Astrolabio – uno dei soggetti attuatori del progetto – e avviato inizialmente solo con donne rifugiate. “Oggi – racconta Legambiente nel rapporto – quando si entra nell’Atelier Acanthus, la prima cosa che colpisce è la bellezza del luogo, la cura del dettaglio, i colori delle stoffe”. Donne e uomini rifugiati lavorano alla confezione di vestiti e accessori di alta sartoria, ma non solo. “Ci sono i bambini, si dipinge, si fa musica, è un centro polifunzionale, dove si fa anche arte” spiega l’assessore comunale alle Politiche di welfare Patrizia Ciccarelli.

A Comerio, paese di poco più di 2.800 abitanti che affaccia sul lago di Varese, l’avvio dell’esperienza di accoglienza, nel 2015, non passò inosservato. Non solo perché questa parte di Lombardia è ad ampia prevalenza leghista, ma anche perché il sindaco Silvio Aimetti prese alla lettera chi gli diceva di ospitare i migranti a casa sua. Mise a disposizione un suo appartamento a titolo gratuito, chiedendo alla Cooperativa lotta contro l’emarginazione che avrebbe gestito l’accoglienza di devolvere la cifra dell’affitto, circa 800 euro al mese, a un progetto di reinserimento lavorativo per i cittadini disoccupati. Qual è la ricaduta economica del progetto sul territorio? “Indicativamente – spiega il sindaco – per ogni 7-8 persone richiedenti asilo si crea un posto di lavoro per un italiano, sia esso un educatore, un mediatore culturale. Sono posti di lavoro finanziati tramite il Ministero, ma sempre posti di lavoro che si creano. Oltre al fatto che anche i profughi poi possono trovare un impiego”.

Chiusano d’Asti è il comune capo la del progetto Agape, di cui fanno parte anche Castellero, Cortandone, Monale e Settime. È nato nel 2015 con 21 posti disponibili e oggi ne ha 45, sparsi sul territorio dei cinque comuni. Non sono tutti occupati perché, revocata la protezione umanitaria, il ministero dell’Interno non ha più mandato richiedenti. Situazione nella quale si trovano diversi comuni.