Stampata a pagina 12 del settimanale francese L’Express (31 ottobre 2018), una sapida vignetta di Plantu (che abitualmente pubblica su Le Monde) mostra un professore arabo durante la sua “lezione di giornalismo” che dice: “Non si taglia un articolo! Non si smembra un giornalista!”. Al che uno degli allievi, perplesso, domanda: “E’ una novità?”

Palese il riferimento al barbaro assassinio del giornalista e scrittore Jamal Khashoggi, trucidato nell’ambasciata di Istanbul dell’Arabia Saudita lo scorso 2 ottobre. Una storia allucinante. Tralascio i macabri dettagli, ormai sono più che morbosamente noti. Khashoggi era un oppositore del regime di Riad, criticava pesantemente la repressione messa in atto dal principe Mohammed bin Salman (detto Mbs), l’erede al trono che giusto un anno fa si era sbarazzato dei rivali, arrestandoli o mandandoli in esilio. Nel mirino di Khashoggi, inoltre, c’erano i sanguinosi raid in Yemen e il conflitto trasversale con l’Iran.

La morte di Khashoggi ha di fatto smaterializzato le buone intenzioni di Mbs che aveva avviato timidi iniziative di liberalizzazione all’interno del Paese (Bernard Henry-Levi le ha definite: tentativi cosmetici per distrarre l’attenzione dalle esecuzioni e dalle torture di una barbarie immutabile ed ostinata, stupida e oscurantista). Le associazioni umanitarie per i diritti dell’uomo sono state le prime a chiedere immediate sanzioni contro Riad, invitando a sospendere innanzitutto le forniture d’armi al governo saudita. Da un lato, in nome dell’etica, si denunciano i traffici con l’Arabia Saudita come “ignominia”; dall’altra, si obietta che la difesa saudita è il maggior acquirente mondiale di armamenti, avendo speso nel 2017 oltre 4,1 miliardi di dollari.

Solo la cancelliera Merkel ha annunciato unilateralmente lo stop. Ma lo farà per davvero? La Germania è oggi il quinto esportatore mondiale di armi e l’Arabia Saudita è il suo terzo cliente, dopo Egitto e Algeria. Berlino ha raggiunto profitti record e le sue vendite extra Nato ed extra Ue sono schizzate del 45% dal 2013 al 2017. L’annuncio della Merkel, ai più, è parso dettato da pressanti ragioni politiche interne. Una presa di distanza: non seguita ancora da atti ufficiali. Il che fa riflettere: forse Angela ha tenuto in considerazione i rapporti non semplici con il partito dei Verdi, vero vincitore delle ultime elezioni regionali e alternativi ai socialdemocratici con i quali ha varato la Grosse Koalition, ormai in crisi nera. I Verdi, infatti, sono da sempre contro la vendita di armi. Ma gli interessi economici in ballo sono colossali. Gli affari della guerra condizionano la miopia diplomatica dell’occidente (come della Russia e della Cina). Anche l’Italia ha le mani nella torta di Riad. Per non dire degli appalti legati all’immobiliare, al petrolifero, al lusso. Mettersi in rotta di collisione sarebbe un suicidio, data la congiuntura economica.

Figuriamoci quindi se le autorità italiane faranno di tutto per annullare la finalissima di Supercoppa fra Juventus e Milan prevista il 16 gennaio prossimo al faraonico King Abdullah Sports City Stadium di Gedda, con una provvigione garantita di 7 milioni di dollari, da spartirsi fra le due squadre. Come sempre, finirà per averla vinta non la formazione migliore, ma il denaro. E smettiamola con l’ipocrisia che andando a giocare lì, si avalla indirettamente il regime che ha trucidato Khashoggi. Perché lo sport, da sempre, ha chiuso gli occhi, tappato le orecchie e messo un cerotto sulle bocche quando si è trattato di andare a disputare le Olimpiadi di Hitler, quelle di Mosca al tempo dei gulag, i campionati mondiali di calcio nell’Argentina dei militari che massacravano indiscriminatamente l’opposizione (quanti desaparecidos sono scomparsi durante il torneo?). E ancora: la Coppa Davis nel Cile di Pinochet, anno di malagrazia 1976, vinta dagli italiani Panatta e Barazzutti, con tutto l’ambaradan delle proteste, della vergogna “nazionale”.

Cinismo e ipocrisia sono ricette del calcio “globale”: i soldi degli sceicchi di nazioni non certo progressiste hanno irrorato le casse fameliche dei club europei. Oligarchi russi dal passato sulfureo hanno versato miliardi e resuscitato squadre collassate finanziariamente. Pecunia non olet. In anni di Guerra Fredda si andava a giocare Oltrecortina: a Praga, a Budapest, insanguinate dai carri sovietici. A Bucarest, dove regnava il despota Ceaușescu. Nella Ddr, dove la vita degli altri era sotto il controllo spietato della Stasi, la polizia segreta e dove il doping era di Stato. Smettiamola di prenderci in giro. Il calcio fa quello che fanno gli imprenditori di tutto il mondo.