“L’indipendenza di una banca centrale è essenziale”, ha affermato recentemente il presidente della Bce, Mario Draghi. “Se le banche centrali fossero meno indipendenti, e il pubblico percepisse che la politica monetaria può essere condizionata in una direzione o nell’altra, ciò alla fine destabilizzerebbe le aspettative d’inflazione e minaccerebbe la stabilità dei prezzi, proprio come negli anni 70″.

Draghi si riferisce indirettamente agli attacchi che il presidente statunitense Donald Trump ha sferrato contro la Fed, la banca centrale americana, per avere deciso di alzare il tasso di interesse, cioè di aumentare il prezzo del dollaro (manovra questa che ha provocato un brusco calo della borsa di Wall Street). Tuttavia, al di là della legittima (e scontata) difesa d’ufficio dell’indipendenza della sua istituzione, Draghi sbaglia. E non solo perché l’inflazione ormai da molti anni non è più il pericolo principale dell’economia. La minaccia che grava sull’eurozona è infatti quella ben più grave della deflazione, cioè del ristagno dell’economia e della conseguente disoccupazione.

Il cuore del problema è però un altro: la Bce indipendente ha il monopolio della moneta, ma la crea solo a favore delle banche e non degli Stati. Le banche d’affari nazionali e internazionali e gli altri operatori finanziari – fondi di investimento, fondi speculativi, fondi pensione, assicurazioni, fondi sovrani, ecc – diventano così i “padroni della moneta” e gli Stati – che pure con le loro tasse sono i garanti ultimi del valore della moneta e sono formalmente “sovrani” – sono costretti a diventare servi dei mercati per ottenere i soldi necessari per finanziare scuole, ospedali, ricerca, sicurezza, giustizia, pensioni, ponti e strade, ecc. Senza una banca centrale prestatrice di ultima istanza, gli Stati sono in balia dei mercati finanziari. I mercati però non sono enti di beneficenza: prestano soldi dietro lauti interessi svuotando le casse dello Stato. Non a caso, da quando c’è stato il divorzio tra il Tesoro e Bankitalia, tra il 1980 ed il 2014, l’Italia ha pagato ai creditori interessi per 3.450 miliardi di euro (parametrati al 2014), una somma di proporzioni enormi (vedi Scenari economici). E questo non è comunque bastato perché il debito è continuato ad aumentare.

Torniamo al presente: attualmente il governo giallo-verde di Giuseppe Conte avrebbe in teoria tutti i mezzi per realizzare il suo programma. Infatti il bilancio della pubblica amministrazione registra un avanzo primario (entrate meno uscite al netto degli interessi) consistente, pari al 2% circa del Pil, cioè a circa 20-30 miliardi: ovvero i cittadini pagano in tasse 20-30 miliardi in più di quanto ricevono, cioè di quanto lo Stato spende in scuole, ospedali, pensioni, sicurezza, servizi pubblici, ecc. Da 26 anni – con l’eccezione di due soli anni – l’Italia registra un surplus di bilancio primario: questo però non è bastato per pagare tutti gli interessi sul debito. Quindi lo Stato italiano ogni anno è costretto a fare altro deficit – circa 30 miliardi all’anno – non per ripagare il suo debito ma solamente per pagare agli investitori finanziari gli interessi sul debito pregresso. Così il debito pubblico continua ad aumentare. E’ una spirale perversa alimentata dai crescenti tassi di interesse (i più alti in Europa dopo quelli della Grecia) applicati all’Italia dai giganti della finanza. Lo Stato italiano è in deficit solo perché deve pagare gli interessi crescenti ai creditori senza essere coperto da una banca centrale pronta a monetizzare il suo debito – ovvero a stampare denaro a favore dello Stato come fa per le banche.

La Bce, nata a Maastricht sul modello della Bundesbank tedesca, è poi, rispetto alle altre banche centrali, quella più restrittiva. La Bce negli ultimi anni ha salvato le banche dell’eurozona finanziandole per migliaia di miliardi di euro ma – a differenza per esempio della Fed, della Bank of England, della Bank of Japan – non può coprire i debiti degli Stati, neanche quando i debiti pubblici sono necessari per rilanciare l’economia e l’occupazione e uscire dalla crisi. La Bce “indipendente” non può soccorrere neppure temporaneamente gli Stati indebitati ma solvibili (come l’Italia) anche se sono colpiti dalla speculazione, ed è anche l’unica banca centrale al mondo che non può farlo.

Da questo punto di vista sono pienamente giustificate le richieste di Paolo Savona, il ministro per i rapporti con l’Unione Europea, per il quale la Bce dovrebbe potere intervenire in caso di attacco speculativo (come fanno tutte le altre banche centrali).

Dal momento che gli Stati dell’eurozona non hanno lo scudo della Bce, essi costituiscono una facile e ricca preda per la speculazione. Da qui la crescente divaricazione tra Stati creditori e Stati debitori, e la possibile rottura dell’eurozona. Dal mio punto di vista, una moneta non sostenuta dalla Banca Centrale di emissione è infatti strutturalmente fragile, pronta a sciogliersi al primo accenno di crisi monetaria.

Il problema è che le banche centrali sono (apparentemente) indipendenti dai governi ma sono invece troppo dipendenti dalle banche che dovrebbero regolamentare. Tuttavia quando le banche precipitano nella crisi per le loro speculazioni finanziarie, sono gli stati a salvarle con i soldi dei contribuenti. I debiti delle banche diventano debito dello Stato. L’indipendenza della banca centrale diventa allora formale. Inoltre troppo spesso le banche centrali fanno politica. Basti ricordare il contenuto della lettera inviata dalla Bce al governo italiano nel 2011 e firmata dall’ex presidente Trichet e da Mario Draghi: la Bce imponeva di modificare la Costituzione per raggiungere il pareggio di bilancio, di liberalizzare il mercato del lavoro e di privatizzare tutto ciò che era possibile privatizzare. La Bce ha dettato ai governi le nefaste politiche liberiste che hanno devastato e impoverito il nostro paese.

In conclusione: la moneta è un bene comune troppo importante per essere lasciato esclusivamente nelle mani dei banchieri. Il Parlamento dovrebbe avere la possibilità di decidere le linee guida delle politiche monetarie e creditizie. La Banca Centrale dovrebbe godere di autonomia operativa ma non di indipendenza assoluta. Lo Stato democratico dovrebbe ritornare ad avere almeno in parte una sua potestà monetaria; nel quadro dell’Eurozona, l’unica maniera possibile è di emettere dei titoli fiscali quasi-moneta che funzionino da moneta complementare all’euro.

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