La foce livida del Volturno in pieno inverno. Una ragazzina nel bianco della prima comunione giace esanime in mezzo all’acqua: sembra un’Ofelia dei poveri, in realtà è destinata a diventare l’indomita eroina de Il vizio della speranza, il quarto lungometraggio di Edoardo De Angelis oggi in programma alla Festa del Cinema di Roma. Passato in prima mondiale lo scorso settembre al Festival di Toronto e qui in anteprima nazionale, il film pone al centro la gravidanza come “tempo di resistenza” rispetto ad ogni ostacolo, inserendosi liberamente nella cornice della natività cristiana. Protagonista, infatti, è Maria, una ragazza poverissima che si scopre incinta mentre sopravvive prestando servizi alla tratta infantile che domina l’esistenza delle miserabili donne della zona.

Metaforico dalla prima all’ultima sequenza, è lo stesso regista casertano a stimolarne la parabola arcaica. “In questo film vince chi supera l’inverno, dove tutto sembra morto: noi abbiamo acceso un fuoco per riscaldarci attendendo che la natura rinascesse con la primavera. La possibilità di sperare è un imperativo etico, ad ogni costo”. Intesa dunque come “la più grande delle rivoluzioni”, il film persegue la resistenza attraverso l’incedere ostinato di Maria, interpretata da Pina Turco (moglie di De Angelis) al suo primo ruolo da protagonista ottenuto vincendo le ritrosie del consorte stesso, “riuscire a fare questo film è stato il mio personale vizio della speranza”, scherza l’attrice.

Per quanto di registro diverso dai precedenti titoli (Mozzarella Stories, Perez e Indivisibili) il nuovo lavoro di De Angelis risiede nei territori immaginifici che abbiamo imparato ad riconoscergli, mai banali e sempre suggestivi, al punto che in questo caso le “suggestioni” arrivano persino a prevalere sulla narrazione. Sarà forse per il “doveroso limite da superare, sempre alla ricerca di nuove forme linguistiche” o sarà piuttosto per una fragilità costitutiva del nuovo cinema di questo autore, da pochi mesi quarantenne, che il film appare più incline all’impressionismo che non alla solidità drammaturgica.

Certamente i suoi “quadri umani e ambientali” non lasciano facilmente la memoria degli spettatori – si pensi a quanto il suo Castel Volturno appaia ferocemente e atavicamente infetto quasi a livello plurisensoriale – ma rispetto alle opere passate si accusa un “vizio di solennità” eccessivo a scapito di altri valori cinematografici. La confezione, chiaramente, resta delle migliori: la produzione sodale, accompagnata da Medusa che lo distribuirà nelle sale dal 22 novembre, ha fornito a De Angelis ogni libertà di scelta, dal navigato co-sceneggiatore Umberto Contarello alla maestria dei costumi firmati Parrini e all’eccellenza musicale di Enzo Avitabile, passando per un cast di prim’ordine con la sempre perfetta Marina Confalone nel ruolo della perfida Zi’Mari (il personaggio meglio scritto del film), i convincenti Massimiliano Rossi (già apprezzato in Indivisibili), Cristina Donadio (la Scianel di Gomorra) e non per ultima, chiaramente, la coraggiosa e brava Pina Turco. Ma i pur innegabili pregi non riescono a questo giro a destare il medesimo plauso critico che fino a Indivisibili si alzava caldo e spontaneo.

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