di Riccardo Realfonzo

C’è grande attesa per conoscere la manovra economica del governo e gli aspetti decisivi delle singole misure. Certo, il primo importante passo il governo lo ha compiuto con la Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza, nella quale ha opportunamente impresso una discontinuità sul piano delle finanze pubbliche. Si badi bene: non siamo in presenza di una svolta radicale o dirompente, dal momento che il governo non si è spinto a superare il vincolo di Maastricht del deficit al 3% e non ha azzerato l’avanzo primario (la differenza tra prelievo fiscale e spesa pubblica, al netto degli interessi). Tuttavia, la svolta rispetto alla vecchia ricetta dell’austerità prescritta dalla Commissione Europea è chiara. Ponendo come riferimento il DEF prodotto dal governo Gentiloni lo scorso aprile, la Nota di Aggiornamento aumenta l’obiettivo di deficit per il 2019 dallo 0,8% al 2,4%, più che dimezzando l’obiettivo di avanzo primario che passa dal 2,7% all’1,3%. Come già abbiamo rilevato su questa rivista, si tratta di una discontinuità salutare che pone le condizioni per provare a spingere l’economia verso tassi di crescita un po’ più soddisfacenti (la Nota di Aggiornamento ipotizza il più 1,5% per il 2019), arrestando o contenendo il drammatico processo di divergenza del Paese rispetto alle aree centrali di Europa a cui abbiamo assistito in questi anni.

Tuttavia, per comprendere quanto siano realistiche le previsioni di maggiore crescita legate alla spesa in deficit (22 miliardi in più rispetto al quadro tendenziale, circa 30 miliardi in più rispetto alle politiche prefigurate nel DEF di aprile scorso) occorrerà valutare la qualità delle misure introdotte dal governo. Per ora, gli esponenti del governo sembrano concentrare tutta l’attenzione sul reddito di cittadinanza, sulla riforma del sistema pensionistico Fornero, sulla cosiddetta flat tax, sulla “pace fiscale”. Si tratta delle ben note “promesse elettorali” che sono anche confluite nel “contratto di governo” tra M5S e Lega. Ma qui è bene essere chiari: se l’utilizzo preponderante o addirittura esclusivo della spesa in deficit dovesse riversarsi su queste misure il Paese non andrebbe avanti e le previsioni di una maggiore crescita si rivelerebbero erronee. Infatti, per imprimere il “cambiamento” sperato e spingere l’economia a crescere occorre utilizzare l’extra-deficit per riattivare sia la domanda interna di merci e servizi sia l’offerta.

Per quanto riguarda la domanda, le “promesse elettorali” possono essere efficaci. In particolare, l’introduzione del reddito di cittadinanza può presentarsi (vedremo i dettagli della manovra) come uno strumento adeguato. Considerato che il reddito verrà devoluto ai cittadini meno abbienti, è presumibile che esso sarà interamente speso, e inoltre in beni e servizi prodotti a livello locale, da imprese interne (insomma zero risparmio e scarse importazioni). Il meccanismo moltiplicativo che esso genererà sarà quindi incisivo e assicurerà una spinta apprezzabile alla domanda interna, e di ciò si gioveranno in forte misura le imprese del Paese. Il reddito di cittadinanza, dunque, oltre a essere una misura opportuna sul piano etico-sociale, si presenta come uno strumento di sostegno a una domanda interna depressa da molti anni di austerità.

Ma il sostegno alla domanda, per quanto rilevante, non è sufficiente. Come molti studi dimostrano (ad esempio il recente contributo della Scuola di Governo del Territorio), il sistema produttivo del Paese non riesce a reggere la concorrenza internazionale, accusando un notevole ritardo di competitività. Misurando l’apparato produttivo del Paese con gli indicatori adeguati, si trae conferma che le imprese italiane sono mediamente troppo piccole, e perciò deboli nei rapporti con il sistema finanziario e con i fornitori oltre che sul piano della divisione interna del lavoro; sono spesso caratterizzate da modelli di governance tradizionali, quelli del “capitalismo familiare”, con la figura presente, non sempre efficiente, dell’imprenditore-proprietario; investono pochissimo in nuove tecnologie e tendono a utilizzare sistemi di produzione “tradizionali”; investono ancora meno in formazione e in generale molto poco nella qualità del lavoro, facendo spesso ricorso a contratti a termine perché meno costosi, e assumendo percentuali molto basse di lavoratori specializzati e/o laureati.

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