“Non mi piaci, lasciami stare: se mi tocchi, ti cavo gli occhi“. I tempi in cui la libertà della donna – e specialmente del suo corpo – è ancora e sempre messa in discussione (da Verona in giù) sono questi. Eppure quelle parole – pronunciate da una donna che rifiuta il possessivo corteggiatore – sono di più di duecento anni fa: le pronuncia Fannì, la prima delle tante protagoniste a cui Gioachino Rossini consegna orgoglio e fierezza. Rossini aveva 18 anni quando scrisse La cambiale di matrimonio: la rivoluzione francese era avvenuta praticamente l’altroieri, Napoleone era ancora vivo e lo stesso Beethoven e Gioachino era cittadino dello Stato pontificio. Nel 1810 proprio La cambiale fu la prima opera ad essere messa in scena tra quelle firmate dal ragazzo prodigio che di lì a pochissimo (benché privo di YouTube) sarebbe diventato una star. La cambiale di matrimonio riporta l’opera lirica al Teatro Carcano di Milano, per una produzione che vede insieme il Conservatorio Verdi e l’Accademia Brera. Una formula che tornerà in primavera con uno dei capolavori della lirica, il Don Giovanni di Mozart.

I toni della farsa comica di Rossini sono scherzosi, ma per giudicare quanto il soggetto sia serio e familiare è sufficiente scorrere l’intreccio. Fannì è una donna oggetto e lo è letteralmente: è suo il nome sulla cambiale che il padre Tobia firma a favore di un mercante americano del Nord, nel senso che viene dal Canadà. Rossini produce già una “inarrestabile ventata di comicità”, come dice la regista Laura Cosso, ma il tema resta. “Darei per sì bel fondo quanto possiedo al mondo: tutti impiegar vorrei i capitali miei” dice il canadese, Slook. “Cercate un altro fondo. Ve ne son tanti al mondo! Il mio non è per voi, fallir potreste poi: in libertà lasciatemi, vi prego per piacer” ruggisce Fannì. E la musica? “La musica è già a pieno titolo un Rossini, e non un Rossini giovanile, ma letteralmente giovane, frizzante, già formato e pronto a presentarsi al mondo” spiega il direttore d’orchestra Margherita Colombo, che dopo la prima al Carcano ha ceduto il podio a Deun Lee, Giovanni Conte e Nicolò Jacopo Suppa (la cui chioma era già nota per le collaborazioni con l’associazione VoceallOpera, gioiellino della lirica a portata di tutti). Applausi, entusiasmo e fischi di giubilo in particolare per i “due Tobia” che si sono alternati nelle repliche (Davide RoccaShuai Zhang) e per i soprani che fanno cantare Fannì, Ilaria Alida Quilico e Lucrezia Drei (qui tutti i cast delle repliche).

E siccome l’opera è breve (poco più di un’ora) c’è tempo per farselo un po’ più amico, Rossini: il Conservatorio Verdi lo ha fatto con due melologhi “d’appoggio”, scritti e musicati da due studenti delle classi di composizione. Melologhi che servono a ritrarre il compositore: Elia Praderio racconta brani delle sue lettere ai genitori, “un’immagine del compositore – spiega lo stesso autore – nel quotidiano, nell’intimità familiare e in parte slegata dalla notorietà acquisita”; Federico Perotti invece si dedica all’altra passione di Rossini, quella per i fornelli e per la tavola, con tanto di ricette, tanto che la lezione per chi si è recato al Carcano è stata quella di fermare sempre lo stomaco almeno con due salatini quando si tratta del compositore sous-chef per non rischiare di soffrire le pene dell’inferno a sentir parlare di sughi e maccheroni per venti minuti.

La messa in scena della Cambiale è uno dei tanti regali al suo compositore nell’anno in cui è tornato di moda col pretesto dei 150 anni dalla scomparsa dalla vita terrena, ma non certo dai teatri. La settimana che viene sarà ancora rossiniana a Milano (qui il programma), ma anche a Brescia. Qui oltre alle orecchie, c’è da preparare i cucchiai: tra gli altri ospiti c’è anche Iginio Massari.

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