Negli ultimi mesi la comunicazione politica del nostro paese si è concentrata maggiormente sul tema dell’immigrazione e una frase sembra risuonare in prevalenza, quasi come un mantra, a giustificare i più svariati comportamenti: “Aiutiamoli a casa loro. Con questo pretesto si sono giustificati respingimenti, accuse di connivenza alle Ong che operano nel Mediterraneo per salvare vite umane, inasprimenti di leggi già restrittive, e addirittura sequestri di persona sulle navi (vedi il caso Diciotti).

Ogni volta che un migrante calpesta il suolo italiano scatta il toto-causa della migrazione: starà fuggendo da una guerra (cosa che sembra essere diventata – erroneamente – l’unica causa accettabile) o è “semplicemente” un migrante economico? Come se scappare da una situazione di totale deprivazione, essere preda di regimi totalitari e avere abbastanza risorse fisiche per affrontare un viaggio lungo e spesso mortale, debba essere ridotto a una colpa, annullando così la speranza e la spinta al cambiamento.

Ci si dimentica soprattutto che le cause storiche delle condizioni politiche, sociali e sanitarie precarie in cui versa una buona porzione del continente africano sono da ricercarsi nei rapporti con l’Occidente, in un passato coloniale di sfruttamento di uomini e risorse e di promozione politica di regimi non democratici. E che l’ingerenza del mondo occidentale verso quei paesi non è mai terminata, anzi, in un mondo globalizzato gli interessi sono sempre più evidenti: la vendita di armi, l’utilizzo dei suoli per produrre prodotti agricoli a basso costo, l’estrazione di risorse energetiche e minerali. E potremmo continuare ancora. È così che stiamo cercando di aiutarli a casa loro?

È necessario allora capire che l’unico modo vero, concreto e realizzabile per aiutare gli africani in Africa è sostenere, promuovere e operare la cooperazione internazionale, come sistema di sviluppo che può agire su tutti i livelli, economico, politico, sociale, sanitario, ambientale ecc. La cooperazione è compito dei governi (l’Aiuto pubblico allo sviluppo), delle Organizzazioni internazionali, e di tantissime Ong che, con l’aiuto dei privati cittadini, operano ad integrazione di questi giganti.

Ci sono molti italiani che, attraverso delle organizzazioni o delle onlus, si fanno portavoce di piccoli progetti concreti per contribuire al miglioramento delle condizioni di vita di alcune comunità in Africa e contribuiscono in prima persona alla realizzazione di grandi sogni. Su GoFundMe sono tante le storie che si possono leggere e scegliere di sostenere tramite una piccola ma importantissima donazione.

In Mali c’è un ospedale abbandonato dallo Stato. È una struttura pediatrica che si trova a Kangaba, zona in cui molti bambini muoiono per mancanza di cure e farmaci. Servono incubatrici, protesi per arti, sedie a rotelle, lampade di fototerapia neonatali. È nata una campagna per finanziarlo. Per ridare il sorriso a genitori in difficoltà che non possono permettersi di portare i loro bambini negli ospedali privati.

C’è la storia di chi ha deciso di fare una raccolta fondi per il proprio compleanno e donare tutto il ricavato alla onlus Busajo, che lavora in Etiopia, nella regione del Wolayta, una zona che conta circa un milione e mezzo di abitanti. L’obiettivo è aiutare i bambini e le bambine di strada attraverso l’istruzione e la formazione professionale: l’unica via d’uscita da uno stato di indigenza ed estrema povertà.

È possibile sostenere anche il progetto “Rotolando Verso Sud” che sostiene due organizzazioni nel nord dell’Uganda: la Yolred, che si occupa di reinserire nella società ex bambini soldato attraverso attività ricreative e sensibilizzazione, e la cooperativa Wawoto Kacel, che fornisce lavoro a donne vulnerabili, fra cui ex prostitute, donne sieropositive e con disabilità, al fine di reintegrarle nella comunità.

In Tanzania si può aiutare l’orfanotrofio Fruitful, che si trova nella periferia di Arusha. A tutti i bambini vengono offerti una educazione scolastica e le doverose cure mediche. Da questo progetto nascerà una scuola elementare la “Shine Pre & Primary School English Medium”: due aule sono già state costruite, ne manca una terza per ottenere l’autorizzazione e rendere operativa la scuola.

Sempre in Tanzania, a Maji Moto, a 60 km da Moshi, si sta costruendo un ambulatorio medico. Lì vivono circa mille persone, in una situazione di forte isolamento a causa della mancanza di trasporti pubblici; ciò rende inaccessibile agli abitanti un’assistenza sanitaria sufficiente e un’istruzione accettabile. La raccolta fondi servirà a finanziare le attività dei volontari della Ong “C-re-aid”, che sta costruendo la struttura.