Tempo fa, l’ultra-sessantenne direttrice del Fondo Monetario ha condannato la longevità, problema chiave dell’economia globale. In gioventù, era il 1994, aveva forse letto un numero di Cuore che le era rimasto impresso nella mente. “Aiuta lo Stato, uccidi un pensionato” era il titolo a tutta pagina del giornale satirico aimè scomparso. Un quarto di secolo fa, la riforma Dini sostituì il sistema contributivo al retributivo, iniziando un’assidua e puntigliosa lotta al pensionato italiano. E tagliare le pensioni dei “privilegiati” è il nuovo, ma anche vecchio, imperativo del governo.

A partire dall’anno che verrà, le categorie classificabili tra i fannulloni e i mangiapane a tradimento – baroni e magistrati, generali, diplomatici – saranno colpite senza pietà. Nessuno dubita che, se in 40/50 anni di servizio costoro hanno versato quasi un terzo del salario alla cassa pensioni – e altrettanto avrebbe dovuto fare lo Stato – la loro aspettativa di vita superi largamente i cent’anni affinché il taglio sia un’opera di giustizia e non di vendetta sociale. E che ne sarà di giornalisti e manager, che hanno goduto di generosi scivoli, finanziati dallo Stato, senza aver versato in proporzione? Un risultato certo sarà il rientro nel mondo del lavoro di una falange di vecchi che, se longevi e in discreta salute, ruberanno ai giovani appetitose fette di mercato, per via delle loro esperienze, relazioni e professionalità. E dovranno rinunciare a malincuore a emulare Jack Ma, il fondatore di Alibaba: «Non voglio morire in ufficio ma in spiaggia, sotto un ombrellone».

È già accaduto. Vent’anni fa invitai un importante studioso americano nel campo dell’intelligenza artificiale, ormai in pensione, a tenere una lezione a Milano. Il suo reddito era stata dimezzato dalla crisi finanziaria del 1997 – la bolla delle Dot-com – che aveva falcidiato il suo fondo-pensione. E il nostro girava il mondo per procacciarsi un modesto onorario dalle sue conferenze.

Tagliare in modo lineare le pensioni “privilegiate” non diminuisce, ma aumenta il senso di ingiustizia che impregna una società ormai pervasa dell’invidia. La compagnia pubblica con cui stipulai 30 anni fa una pensione assicurativa ha rivalutato il capitale versato a un tasso quasi doppio di quello adottato dall’Inps. Non tutti gestiscono il denaro con la stessa abilità, nessuno è perfetto e, quasi sempre, lo Stato è un po’ meno perfetto, ma le casse pensionistiche pubbliche o para-pubbliche non hanno mai aspirato alla perfezione né alla santità, se non indirizzandola verso coloro che hanno usufruito delle loro svendite immobiliari.

Ma c’è un danno profondo che il sistema contributivo produce nella società. È un paradigma che disgrega la solidarietà tra le generazioni. Un fenomeno in futuro sempre più pericoloso. Se con il sistema retributivo ogni vecchio aveva interesse affinché ogni giovane lavorasse ben pagato, oggi al vecchio importa solo che il giovane venga sfruttato da attività che garantiscano il massimo rendimento finanziario ai soldi accumulati nel fondo-pensione. Al vecchio serve lo sfruttamento del giovane, non la sua emancipazione.

Il retributivo è un sistema solidale. Il contributivo è un esito della competizione darwiniana. Sessant’anni fa, mia madre (classe 1906) perorava il contributo universale obbligatorio per sostenere l’equilibrio pensionistico, in grado di assicurare un reddito universale di quiescenza. Aveva convinto due parlamentari – due donne di opposta ideologia – a presentare un disegno di legge che svanì presto nel corridoio dei passi perduti. E domani, illustrando la legge finanziaria, lo strillo dei giornali proporrà la stessa vignetta di Cuore: «Le pensioni nel mirino del governo? I governi passano ma i mirini sono sempre gli stessi».

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