Se di scuola si parla, un po’ sottovoce, è per via del crollo progressivo della “Buona Scuola” dei passati governi. L’università è un tema quasi scomparso dall’orizzonte dei media e l’educazione non è tra le priorità del paese. Bene così, giacché il mondo accademico italiano si è (finora) salvato dalla “Buona Università”, in trepida attesa della iena. E nel nuovo millennio, ogni novità ha solo peggiorato le cose, applicando in modo magistrale la legge di Murphy.

Le notizie che trovano spazio sui media sono solo le graduatorie, le classifiche che mettono in fila le università e gli studiosi con lo spirito di X-Factor o del Festival di Sanremo. Soprattutto quando stupiscono l’italiano medio, convinto da una ventennale campagna politica e mediatica che l’università italiana sia un covo di privilegiati e fannulloni. Ben due giovani italiani sono stati classificati da Nature — la più prestigiosa rivista scientifica, anch’essa sedotta dal fascino della competizione darwininana — nell’elenco degli undici giovani ricercatori emergenti a scala planetaria (chissà perché proprio undici, scelti tra i 500 con la migliore bibliometria: sintonia con il gioco del calcio?). Senza dubbio un motivo di orgoglio per il nostro paese, in fondo alle classifiche mondiali per investimenti nella ricerca, nei giovani, nell’università.

Ma non deve stupire.

La gioventù, come scrisse François de La Rochefoucauld, è la febbre della ragione. E «quasi sempre gli uomini che hanno prodotto l’invenzione fondamentale di un nuovo paradigma erano molto giovani o molto nuovi rispetto al dominio di quel paradigma», come scrisse Thomas Kuhn più di 50 anni fa (La struttura delle rivoluzioni scientifiche, 1962). Nel saggio che ho appena pubblicato, Morte e resurrezione delle università, racconto anche che Felice Ippolito — un importante studioso italiano nel campo delle Scienze della Terra che fu protagonista dell’avventura nucleare degli anni ’60 — suggeriva di mandare in pensione a 42 anni i ricercatori o, in alternativa, di indirizzarli verso altre professioni nell’ambito della pubblica amministrazione.

Affatto esagerato, alla luce dell’oggi, quando le baby pensioni sono un vago ricordo, la carriera universitaria viene dilatata fino a esiti estremi e la tecno-burocrazia statale e regionale si chiude a riccio. In altri tempi o in un altro paese, invece, entrambi i ricercatori sarebbero da tempo titolari di cattedra. La deriva demografica suggerisce anche altre riflessioni. Nel nuovo millennio essa tocca profondamente la distribuzione delle classi di età all’interno della società. Possiamo quindi pensare che l’umanità dovrà giocoforza distribuire le facoltà, le abilità e il ruolo degli individui lungo un più ampio arco temporale rispetto a quanto fatto finora.

La condivisione del sapere tra anziani e giovani giocherà un ruolo importante, mentre convivranno molte più generazioni rispetto al passato. Se l’università di oggi penalizza questa condivisione, mettendo le generazioni in conflitto tra loro, la nuova università dovrà adeguare il proprio sistema educativo a principi e obiettivi diversi dagli attuali, in cui la cultura avrà un ruolo assai più importante di una mera funzione di addestramento professionale. Riprendendo il pensiero di Kuhn, sottolineerei la definizione di “molto nuovi rispetto al dominio”. È un aspetto essenziale, su cui riflettere alla luce del conformismo che affligge la ricerca da molti anni.

Deve invece stupire quanto poco vengano considerate la competenza, la passione, l’abnegazione dei giovani ricercatori nell’Italia di oggi, a fronte di quanto di buono costoro — e sono moltissimi — siano invece capaci di proporre e di produrre. Devono combattere contro una precarietà che mai è stata così diffusa, accettata e sfruttata. Devono misurarsi quotidianamente con un mondo che corre, pur confrontandosi ogni giorno con una burocrazia ottusa che impone di mettere a gara l’acquisto della più banale apparecchiatura scientifica mentre le grandi opere vengono affidate senza gara. Devono superare montagne di ostacoli per poter sviluppare idee disallineate rispetto al pensiero dominante e ai protocolli consolidati, le sole idee capaci di produrre reali progressi della conoscenza. E devono sopportare un sistema di reclutamento e avanzamento di carriera che, per l’intrinseca struttura distributiva delle risorse all’interno degli atenei, antepone sempre lo status quo alle ragioni della mobilità, dell’interdisciplinarità, dell’eccellenza scientifica.

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