Gemelli, praticamente separati alla nascita, identici principi, somiglianza poca, stessa napoletaneità che scorre nelle vene. Dario e Sergio Cusani, due facce della stessa luna, figli dell’alta borghesia, (il padre era un industriale del rame) compiono 70 anni. Per chi come me li conosce da una mezza vita, fa un certo effetto. Intanto non hanno l’aria attempata di signori di mezz’età, sembrano due ragazzini, jeans e zaino di cuoio, con la chioma un po’ spruzzata sale e pepe.

Ma dove spegnere le 140 candeline? Sergio vive a Milano da 50 anni, Dario a Roma. Sorpresa, ecco che chiostro e certosa di San Martino aprono per il ritorno dei figliol prodighi. Si  spalanca una vista mozzafiato, Napoli ai loro piedi. 400, 500 invitati da ogni dove. Dario ha mandato il save the date a giugno con una postilla: “Se qualche amico comune vi segnala di non essere stato invitato informatemi perché anche la mia memoria compie 70 anni!”.

Gemelli, ma caratteri diametralmente opposti, il coti d’intelletto/chic  appartiene a entrambi anche se il tracciato accademico è stato diverso. Sergio ha studiato al liceo Umberto, era in classe con Sebastiano Maffettoni. Dario, più scapestrato, fu spedito al collegio militare della Nunziatella e dopo si laureò in economia alla Federico II. Sergio alla Bocconi diventa leader del movimento studentesco e, in piena contestazione giovanile, gettò in faccia al rettore il pezzo di carta  della laurea. Non sapeva cosa farsene.

Ho sottoposto i gemelli a un gioco: raccontatemi l’uno la metà dell’altro. Comincia Dario: “Sergio è sempre stato un uomo di pensiero. Uno stratega. Un progettista di finanza. Era destinato a diventare il nuovo Enrico Cuccia. Poi ha incontrato il sistema, fatto di Craxi, Gardini, maxi tangenti e ci è cascato dentro… Erano gli anni dell’ubriacatura della finanza. Tutti si sono mangiati l’Italia. Si sono fatti una pancia piena. Poi l’hanno dovuta sputare.  È stato l’inizio della fine. Dopo il suicidio di Gardini, Sergio si è consegnato a Di Pietro. Lui l’usò come grimaldello per processare l’intera classe politica. E Sergio ha scelto di pagare per gli errori commessi. Anche troppo. Lui per tutti. Quattro anni di carcere lasciano il segno. Ma è sempre stato un uomo di grande coerenza… Sarebbe stato un professore fantastico. Quando parla incanta la platea”. 

Sergio è schivo, refrattario alla mondanità, fa tutto Dario: invita amici e qualche autorità, dal sindaco De Magistris all’assessore alla cultura Nino Daniele. C’erano Riccardo Monti, presidente Grandi Ferrovie, Antonio Martusciello (Agcom e docente di Diritto dell’Informazione nell’era globale), Norbero Salza, ingegnere spaziale, le mecenate Grazia e Piera Leonetti… Doveva esserci anche Gherardo Colombo.

Sergio e Gherardo, accusato e accusatore, praticamente vittima e carnefice, stessa aria come dire che ci faccio qui, sono diventati amici da quando lo “scoperchiatore” del vaso di Pandora si dimise dalla magistratura. Li ho invitati a cena qualche mese fa nella mia casa milanese.  Sergio mi fa: “Non credo sia il caso d’invitarlo alla festa”. Ma cosa dici? Lo invito io. Gli mando un whatsapp, Gherardo risponde subito: “Sarei venuto con gioia, anche se il  compleanno è stato il 4 agosto”. Vero.

Sergio raccontami di Dario: “Fino all’86 gestiva società di consulenza editoriale. Ma lui era tagliato per fare altro. Voleva studiare al conservatorio come direttore d’orchestra, mia madre, modi autoritari da carabiniere, lo stroncò e gli fece fare economia. Poi finalmente a 40 anni si è messo a dipingere, la sua vera vocazione, ha un suo genere: la foto/pittura, acquerella la fotografia.  Continua a suonare pianoforte e da 10 anni ha adottato il sistema  Abreu e insegna musica nelle scuole delle periferie più degradate…”. Dedicarsi agli altri, proprio come oggi Sergio è impegnato in battaglie a favore dei diritti (pochi) dei carcerati.

Entrambi sono deus ex machina della Fondazione Cusani Onlus che si occupa di progetti di formazione sociale. Dario, che nel frattempo si è trasferito a Napoli, è diventato anche presidente della Associazione Amici del Museo di San Martino, scrigno d’arte fatto di  marmi, stucchi, affreschi e dipinti che conserva tra l’altro una preziosissima collezione di presepi, e con questa carta si gioca il rilancio del museo fra i più antichi d’Italia. Babà e sfogliatelle, balli e bollicine sotto le stelle. Sergio non balla, non è più abituato ai bagni di folla, e, all’inglese, se ne va. Vederlo allontanarsi solo, soletto fa una certa tenerezza…

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