Ma quanti se lo aspettavano? Il Parlamento europeo ha fatto mercoledì 12 settembre un primo passo per imporre una sanzione storica all’Ungheria, raccomandando di applicare l’articolo 7 dei Trattati, che includerebbe come pena per il governo xenofobo e autoritario di Orban la perdita del diritto di voto al nel Consiglio dell’Unione Europea. Anche se la gran parte dei nostri media nazionali sono concentrati e quasi ammaliati dalle virtù più arroganti di Salvini, dovranno pur accorgersi che si è consumato un fatto politico di enorme portata: con 448 voti a favore e 197 contro, il Parlamento ha approvato una relazione che sostiene che il governo magiaro sta mettendo a rischio i valori fondamentali dell’Europa.

Solo ieri (12 Settembre) Stefano Folli su “Repubblica” affermava che “i leghisti ormai rappresentano lo spirito dei tempi” e che “dalla vicenda europea “Salvini avrebbe ottenuto una più solida egemonia sull’area di centrodestra”. Evidentemente era convinto che il voto in plenaria in Parlamento sarebbe stata una questione tra furbi e smaliziati e chi, secondo la nostra stampa, lo è più di Salvini o più di Orban nell’area di cetrodestra?

Invece, per la prima volta, un Parlamento, rappresentativo dei 27 Paesi membri, ha approvato a stragrande maggioranza un dossier considerato come “un’arma nucleare”, a causa della sua natura dissuasiva di fronte a derive autoritarie e agli evidenti rischi politici coinvolti nel suo utilizzo. L’approvazione del rapporto – che espressamente dice che sono forti le “preoccupazioni europee in merito all’indipendenza del sistema giudiziario, alla libertà d’espressione e ai diritti delle minoranze e dei migranti in Ungheria. Questi ultimi si trovano ad affrontare un regime sempre più repressivo a seguito dell’adozione di leggi che limitano fortemente le possibilità di richiedere asilo nel paese.

Dobbiamo stigmatizzare concetti contrari ai valori europei, quali “nessuna popolazione straniera potrà stabilirsi in Ungheria” o il reato di promozione dell’immigrazione clandestina destinato a colpire a Ong che offrono soccorso ai migranti” – ha già scatenato un’enorme crepa nel Ppe, la famiglia politica del partito di Orbán, ma anche della Merkel.

Il rapporto, redatto dalla parlamentare verde olandese Judith Sargentini, richiedeva il voto favorevole dei due terzi dei voti espressi, con un minimo di 376. Il risultato è sorprendente, perché Orban, Salvini, Kaczynski, gli esponenti di destra austriaci e bavaresi come Seehofer e Kurz ostentavano un patto per assolvere l’Ungheria, contando sull’improbabilità di una spaccatura così netta dei parlamentari del Ppe. Anche a costo della rinuncia ai valori sociali e democratici in un’Europa dove la grancassa dei sovranisti e dei populisti annuncia da tempo la fine di un processo di smarcamento dell’Unione rispetto al neoliberismo più smodato e alle intromissioni di Trump nelle fazioni europee legate dal patto di Visegrad.

Le ramificazioni politiche del caso ungherese sono di ampia portata, perché Orbán appartiene alla più grande famiglia politica in Europa, in cui militano leader nazionali come Angela Merkel, Silvio Berlusconi, Pablo Casado e Sebastian Kurtz, o autorità della comunità come Jean-Claude Juncker (presidente della Commissione), Donald Tusk (presidente del Consiglio) o Antonio Tajani (presidente del Parlamento europeo).

La foto di Orban e Salvini sorridenti non ha quindi entusiasmato abbastanza Bruxelles e Strasburgo e lo schiaffo alle aree estremiste è stato tonante, anche in vista delle prossime elezioni nella Comunità. Allora, perché i nostri media hanno quasi glissato sulla notizia e continuano a schiacciare i nostri ascolti e le nostre letture sulla diatriba DiMaio-Salvini con l’incomodo ministro Tria? Credo che si faccia avanti un’area potente, silenziosa e un poco sottotraccia, che cerca consensi lontano dalla democrazia rappresentativa, dall’angoscia per il clima, dalle disuguaglianze che caratterizzano il sistema, dalla politica che costituzionalmente dà potere ai cittadini e che mistifichi questi diritti con un’attenzione spasmodica alle lotte interne, alla banalità, ai personalismi che escludono partecipazione.

Il voto di mercoledì pomeriggio a Strasburgo sullo stato della democrazia in Ungheria e sullo smantellamento dello stato di diritto va realmenteinterpretato come un ricorso al diritto per combatterne il suo rovescio. Se l’esito della vicenda resta ancora tutto da scrivere, – il processo sarà molto complicato. La risoluzione del Parlamento, deve essere approvata da una maggioranza qualificata nel Consiglio dei ministri dell’Ue e Paesi come la Polonia, la Slovacchia, la Romania, Malta, la Repubblica Ceca o anche l’Italia, probabilmente resisteranno alle indagini sul governo di Orbán.

Possiamo tuttavia contare che, con tutte le riserve che abbiamo purtroppo sperimentato da Maastricht in poi, il diritto europeo può restare ancora una difesa della democrazia di fronte all’insorgere dell’autoritarismo. Ossia, la lotta del diritto contro il suo rovescio. Purché i cittadini ritornino ad essere partecipi e protagonisti: In gioco non c’è solo la tenuta dello Stato di diritto in Polonia e Ungheria, c’è la futura direzione dell’Unione e dell’Europa: aperta e democratica, oppure chiusa e autoritaria. In questo senso il pugno in faccia ad Orban è uno schiaffo a Salvini e alle illusioni che lui ama disinvoltamente a coltivare.