“Pensiamo che Orban sia alla periferia dell’Europa. Invece in questo momento è al centro”. Tra le tante misconcezioni italiane sul leader dell’Ungheria, questa è la più pericolosa. Lo sostiene Stefano Bottoni, ricercatore di storia all’Accademia ungherese di Scienze a Budapest. “Sono anni che ha contro i più grossi giornali europei e che a parole grandi leader gli si oppongono. Nei fatti, però, ha sempre avuto chi lo protegge all’interno del Partito popolare europeo, il più grande gruppo parlamentare di Strasburgo”.

Ora che sull’Europa spira il vento degli identitari di cui Viktor Orban è un idolo indiscusso, il leader ungherese sta cercando di cambiare dall’interno il vecchio gruppo, in modo che diventi la casa della destra europea di oggi. Identitaria più che democristiana. “Non mi stupirebbe se l’incontro a Milano tra Matteo Salvini e Orban servisse proprio a fare un’offerta alla Lega per entrare nel Ppe – ragiona Bottoni – Alle prossime elezioni europee il gruppo perderà moltissimi voti, in particolare in Italia dove Forza Italia sta lentamente scomparendo. Il Ppe deve fare campagna acquisti”.

A guidare le trattative, l’uomo che ha messo le Ong fuorilegge a Budapest, che ha costruito un muro fermare i migranti e che ha fatto chiudere diversi giornali d’opposizione. E che dal 2000 siede nello stesso gruppo parlamentare di Angela Merkel, Jean-Claude Juncker, Silvio Berlusconi e i leader francesi dell’Ump. La convenienza per Salvini è chiara: l’Italia l’unico Paese ad avere al governo dei partiti che non appartengono alle principali famiglie europee. C’è bisogno invece di avere qualche voce favorevole anche a Bruxelles. Ha più probabilità di aver fortuna nell’impresa la Lega piuttosto che il Movimento Cinque Stelle.

Inoltre il Ppe oggi è un gruppo parlamentare sempre più sfilacciato, in cui convivono almeno tre anime. La prima è quella che odia Viktor Orban e il suo partito, Fidesz. Al suo interno ci sono i parlamentari del Nord Europa (Svezia in particolare) e quelli lussemburghesi. In mezzo c’è un folto gruppo di forze che dialogano in modo costruttivo con Budapest. Dall’altro lato, c’è l’alleato più stretto di Orban: la Baviera. Qui governa l’alleato di Angela Merkel, la Csu guidata da Horst Seehofer, suo ministro dell’Interno: Seehofer fin dal 2015 supporta le politiche ungheresi di chiusura verso i migranti.

In pubblico molto critici, in privato non hanno mai tolto l’appoggio: “Quando c’era la crisi migratoria del 2015, la stampa tedesca cannoneggiava l’Ungheria. Nei meeting privati, si davano una pacca sulle spalle e dicevano ‘andate avanti così’. Questa è la grande doppiezza tedesca, ha sempre coperto l’Ungheria, mentre dall’altro lato creava il mostro”, esemplifica Bottoni. “Il Ppe avrebbe potuto sospendere l’affiliazione di Fidesz al Ppe ma non l’ha mai fatto”, aggiunge. Minacce e non fatti. “Si è verificato un evento incredibile: Angela Merkel ha chiesto un incontro a Viktor Orban e non il contrario – commentava con ironia Magyar Idok, giornale ungherese vicino al potere – Il vento ha cambiato direzione in Europa”. Era l’inizio di luglio: dopo tre anni i presunti arcinemici si ritrovavano insieme. Non un imbarazzo da poco per Angela Merkel di fronte alla sua opinione pubblica.

“Orban in Ungheria ormai ha un sistema solido che gli permette di stare al potere. Ora il suo obiettivo è diventare grande in Europa”, sostiene Bottoni. Il rischio che corre a sfilarsi dal Ppe è quello di perdere la protezione del principale gruppo parlamentare di Strasburgo e mettersi alla guida di un gruppo di “cattivi”. Al contrario, sfilando la leadership tedesca dentro il Ppe otterrebbe il massimo: il Ppe “identitario”, in cui Juncker e i suoi starebbe ai margini.

Scontri, all’interno del gruppo, ce ne sono stati tanti. Solo nel 2018, il voto dei dieci europarlamentari di Fidesz è stato contrario alla linea del Ppe in almeno 20 procedimenti, per uno o più punti. Ad esempio sul budget europeo: gli ungheresi hanno votato no alla risoluzione per il Progetto di bilancio 2019 dal titolo “Rafforzare la solidarietà e preparare un futuro sostenibile”. Oppure, in materia di libertà di stampa si sono opposti al paragrafo 20 della proposta di risoluzione introdotta a protezione dei giornalisti, dopo l’omicidio del giornalista slovacco Jan Kuciak. Il punto recita: il Parlamento europeo “sostiene con forza la necessità di un regolare processo di monitoraggio e dialogo, con il coinvolgimento di tutti gli Stati membri, per salvaguardare i valori fondamentali dell’UE di democrazia, diritti fondamentali e Stato di diritto, prevedendo la partecipazione di Consiglio, Commissione e Parlamento”. L’Ungheria, soprattutto visto che ha in corso un procedimento per farla uscire dall’Unione (il cosiddetto articolo 7), non vuole intromissioni di Bruxelles. Nemmeno per i suoi alleati: la Slovacchia è uno dei Paesi di Visegrad più vicini ad Orban, non a caso.