New York, Palermo, Torino, Los Angeles, Berlino, Romania, Egitto, Tunisia, Regno Unito, Australia. Le persone che lavorano a bordo di Aquarius – la nave SOS Mediterranée/Medici senza frontiere che effettua ricerca e soccorso, attualmente in missione nella zona SAR a 25/30 miglia davanti alla Libia nell’eventualità di imbarcazioni in difficoltà cariche di migranti – vengono da tutto il mondo. Come comunicano con le famiglie? Cosa vuol dire stare in mare per tanto tempo? “Skype, Whatsapp, mail. Comunque, quando decidi di fare questo lavoro, devi essere disposto a rinunciare a qualche ‘comodità’ e ad affrontare comunicazioni non sempre costanti con i tuoi cari a casa”, spiega David, il medico di bordo che con Medici senza frontiere è stato anche in Etiopia e ha lavorato con i royinga in Bangladesh.

“Quando parto per queste missioni lascio a casa i miei due figli, di dieci e dodici anni”, racconta Viviana, catanese, 38 anni e parte del team di soccorritori di SOS che scende materialmente in mare sulle lance per soccorrere le imbarcazioni in difficoltà al largo della Libia. “Ovviamente sentiamo nostalgia gli uni degli altri, ma sono orgogliosi e mi dicono: ‘mamma, continua a salvare le persone che muoiono in mare’”. “La mia generazione è cresciuta con l’idea di un’Europa aperta e dai valori solidali”, spiega Jana, 28 anni. Viene da Berlino e lavora anche lei nello staff di SOS Mediterranèe. “Forse quando abbiamo visto che tutto questo era a rischio abbiamo deciso di prendere una posizione e fare qualcosa”.

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