La mezzanotte è passata da un pezzo, ma il campo base allestito tra il parcheggio dell’Ikea e le sponde del torrente Polcevera non dorme. “Qui si lavora per i vivi”, dicono e ripetono i soccorritori convinti che lì sotto, sepolti sotto tonnellate di cemento, ci sia ancora qualcuno che li aspetta. Le vie attorno al greto del corso d’acqua sul quale si è accartocciato il ponte Morandi, collassato martedì poco prima di mezzogiorno inghiottendo oltre 30 persone, sono un brulicare di luci d’emergenza e giubbotti catarifrangenti.

Poliziotti, carabinieri e polizia locale gestiscono il traffico e sbarrano le strade che portano verso il punto del crollo. Vigili del fuoco, operatori del 118, Croce Rossa e Protezione civile lavorano sul campo senza sosta. Quando mancano 20 minuti all’una, i soccorritori individuano un’altra automobile volata giù per oltre 50 metri e schiacciata dalle macerie.

Le facce di chi rientra dalla “zona rossa” sono stravolte, sfinite. Portano i segni di quella che Paolo Tropiano, operatore del 118 nella squadra Maxi emergenze, definisce una scena “devastante”. È stato tra i primi a intervenire e giura di non aver mai visto nulla del genere in 21 anni di servizio: “E in questo momento non potrei immaginare uno scenario peggiore – spiega – È stato perfino difficile arrivare, in una città paralizzata, con il traffico congestionato dopo il crollo della sua principale arteria”.

Emanuele Gissi è dirigente nazionale dei Vigili del fuoco, che per lavorare tra le macerie del ponte Morandi sono arrivati da tutto il Nord e sono coadiuvati dalle squadre cinofile. Quando era vice-comandante nel capoluogo ligure, durante l’alluvione del 2011, lo descrissero come “l’angelo di Genova” perché salvò almeno dieci persone strappandole una dopo l’altra alla furia dell’acqua e del fango. Oggi come allora, dice convinto, “il nostro ruolo è non perdere la speranza” per questo “si continua a lavorare 24 ore su 24, con la medesima forza e con la medesima intensità, fino a quando non avremo trovato tutti”.

E quindi ecco il via vai delle camionette dei suoi colleghi, dopo i saluti veloci tra chi monta e chi smonta. Duecentoquaranta pompieri, stanchi ma pronti a ricominciare. Accanto a loro, una dozzina di operatori di ricerca e soccorso della Croce Rossa, che sulle sponde del torrente Polcevera ha schierato altre 40 persone arrivate da diversi comitati liguri. Le coordina Marco Parodi, in prima linea tutte le alluvioni degli ultimi anni: “Siamo abituati all’acqua, alle allerte idrogeologiche, ma nessuno poteva aspettarsi un giorno di dover intervenire in città per il crollo di un viadotto – racconta – A Genova questa è certamente l’emergenza più difficile e la più particolare”.

La Croce Rossa svolge un compito delicato, tra il supporto psicologico alle famiglie delle vittime e agli stessi soccorritori, stressati da ore di lavoro al massimo della concentrazione e spesso fiaccati dall’estrarre a ripetizione corpi senza vita. “Un impatto emotivo forte, che spetta a noi gestire e mitigare – conclude – Ma qui ne siamo convinti tutti: c’è ancora la speranza di trovare qualcuno vivo lì sotto”.

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