Un sistema di mazzette così consolidato da non richiedere nemmeno una parola, grazie al quale le domande per la cittadinanza italiana di alcuni extracomunitari che vivono a Reggio Emilia saltavano magicamente la fila. Il costo dell’avanzamento era di almeno 500 euro, soldi che si dividevano i titolari di agenzie di pratiche per stranieri e la responsabile dell’Ufficio cittadinanza della Prefettura, che riceveva il denaro per accelerare il processo. La donna, Sonia Bedogni, 60 anni, è stata arrestata con l’accusa di corruzione, al termine di un’operazione della polizia coordinata dal pm Giacomo Forte. Ai domiciliari sono finiti anche due fratelli pakistani, mentre per una donna marocchina che avrebbe fatto da tramite per tre pratiche è scattato l’obbligo di firma. Il gip del Tribunale di Reggio ha poi disposto il sequestro preventivo di 116mila euro, denaro contante che la funzionaria ha versato sul suo conto corrente negli ultimi 3 anni in date e cifre svariate e che, secondo, gli inquirenti, sono riconducibili a questa attività.

Le indagini della Polizia sono iniziate nel 2016, dopo che le voci di possibili irregolarità erano state confermate da un’analisi delle tempistiche di trattazione delle pratiche: “Ci siamo accorti che ogni tanto c’erano delle richieste che saltavano la fila ed erano riconducibili a specifiche agenzie straniere”, racconta al fattoquotidiano.it il dirigente della Squadra mobile di Reggio Emilia, Guglielmo Battisti. Da quel momento, per tre mesi, le intercettazione ambientali hanno permesso di accertare 15 episodi di corruzione per un totale di 35 pratiche. Fondamentali, più che le conversazioni, le immagini: “L’impiegata fa finta di guardare altrove e di cercare tra le carte, mentre il corruttore inserisce rapidamente le banconote nel fascicolo, ritirato poi dalla funzionaria che prende il denaro e lo mette nel cassetto vicino. Non c’è nessun accenno a prezzi e modalità e questo ci fa pensare ad una prassi ormai rodata”.

Un sistema curato nei dettagli dalla funzionaria della Prefettura, che si permetteva anche di riprendere chi non conosceva le sue regole: “C’è stata una persona che, forse essendo la prima volta, ad un certo punto si alza e si mette le mani in tasca per prendere i soldi”, prosegue Battisti. “Ma l’impiegata a quel punto lo stoppa bruscamente: ‘Non hai capito niente’, gli dice, accompagnandolo fuori dalla stanza”. Rapporti quindi anche con i privati e che in alcuni casi iniziavano con piccoli regali, come nel caso di un profumo fatto arrivare alla funzionaria da parte di una persona straniera, poi costretta a utilizzare il denaro per le pratiche relative a moglie e figli.

L’impiegata agiva soprattutto sull’accelerazione delle domande, ma gli inquirenti non escludono anche delle manipolazioni sui requisiti: “Dalle intercettazioni si intuisce che gli indagati riuscivano a mettere mano alle dichiarazioni dei redditi dei richiedenti, con dei Cud fatti su misura”, spiega Battisti. Quel che è certo è che la donna aveva il potere di velocizzare o bloccare il processo di una domanda di cittadinanza, la cui durata può superare anche i due anni. Il costo, spiega infine Battisti, dipendeva dalla problematicità della pratica e dai tempi richiesti, “ma chi voleva far salire la propria non pagava sicuramente meno di 500 euro”.