La nuova proposta della Commissione europea per la gestione delle migrazioni risente degli umori dei politici più estremi. Nessuna attenzione ai diritti umani e troppa ai rimpatri. Ecco che cosa manca a questa soluzione: tre elementi.

di Maurizio Ambrosini (Fonte: lavoce.info)

I richiedenti asilo nel mondo sono aumentati nel 2017, raggiungendo la cifra record di 71,4 milioni (rapporto annuale Unhcr), ma gli sbarchi sulle coste europee sono notevolmente diminuiti (172 mila nel 2017). La sproporzione parla da sola. È l’effetto delle politiche di esternalizzazione delle frontiere dell’Unione Europea, basate sugli accordi con i paesi di transito (Niger, Libia, Tunisia), con l’aggiunta nel caso italiano delle campagne di criminalizzazione delle Ong impegnate nei soccorsi in mare. La priorità della tutela dei diritti umani è sempre più subordinata alla riaffermazione dei confini nazionali e comunitari. Mentre gli sbarchi e le richieste di asilo nella Ue raggiungono i livelli più bassi degli ultimi anni, nell’agenda politica la questione ha assunto toni drammatici e divisivi.

La proposta di Bruxelles

La divaricazione tra la portata effettiva della cosiddetta “emergenza sbarchi” e la sua risonanza simbolica ed emotiva risalta nell’ultima iniziativa europea sull’argomento, quella dei “centri controllati” uscita nei giorni scorsi. Abbandonata silenziosamente l’ambizione del piano Juncker di redistribuire i richiedenti asilo nei paesi dell’Unione secondo quote obbligatorie, ora il precario accordo raggiunto tra i leader nazionali nel mese di giugno e tradotto in una prima proposta operativa dalla Commissione si articola sostanzialmente in tre punti.

Primo, accordi con paesi esterni per realizzare strutture di accoglienza e valutazione delle istanze di protezione internazionale prima dell’accesso sul territorio della Ue, coinvolgendo le agenzie internazionali (l’Organizzazione mondiale per le migrazioni e Unhcr) per cercare di contenere le critiche sulla mancata tutela dei diritti umani nei paesi coinvolti. Secondo, realizzare “centri controllati” su base volontaria all’interno dell’Unione (Macron a giugno aveva parlato più esplicitamente di “centri chiusi”), per trattenere i richiedenti asilo, identificarli e valutare rapidamente le loro istanze, con il sostegno tecnico e finanziario della Ue. Tra gli obiettivi dichiarati, spicca quello di impedire i cosiddetti “movimenti secondari”, ossia l’attraversamento delle frontiere interne una volta raggiunto il suolo europeo: la preoccupazione espressa a gran voce dal ministro degli interni tedesco, ma in realtà condivisa dai suoi colleghi dei paesi continentali. Di conseguenza, tra gli obiettivi impliciti figura quello di inasprire la territorializzazione dell’accoglienza a carico dei paesi di primo ingresso. Per dare un’idea del tenore e degli intenti della proposta, il documento esplicativo della natura dei centri controllati (Non-paper on “controlled centres” in the EU – interim framework) non nomina mai la locuzione “diritti umani”, una volta sola il termine “diritto” e ben dieci volte la parola “ritorno”.

Il terzo punto infine riguarda l’incentivazione della partecipazione volontaria dei paesi membri alla ricollocazione dei rifugiati, grazie al contributo comunitario di 6 mila euro per ogni persona accolta.

Il ministro Salvini ha dimostrato di non aver letto molto bene il dossier, affrettandosi a dichiarare che l’Italia non accetta elemosine. Secondo le anticipazioni rese pubbliche (manca ancora in realtà una proposta organica e compiuta), i soldi non sono per lui, ma dovrebbero servire a convincere altri governi a condividere l’onere dell’accoglienza: in altri termini, ad attuare con più impegno quella redistribuzione degli asilanti che i governi italiani chiedono insistentemente da anni, e che proprio Salvini ha trasformato in grido di battaglia nei confronti della Ue. Un Salvini coerente avrebbe dovuto chiedere più finanziamenti o altri incentivi per la ricollocazione, non respingere la proposta con parole sprezzanti. Nello stesso tempo, l’improvvida dichiarazione rivela ancora una volta che il conflitto prescinde dal merito della questione, per non dire dei diritti delle persone bisognose di protezione. Serve a capitalizzare politicamente l’ostilità diffusa nei confronti dei richiedenti asilo e degli immigrati in generale.

Dove sono i punti deboli

Alla strategia abbozzata mancano invece alcuni elementi qualificanti. Il primo è un impegno sul fronte dei corridoi umanitari: l’iniziativa già attuata in Italia su piccola scala da organizzazioni religiose protestanti e cattoliche per l’arrivo in condizioni sicure di persone bisognose di protezione dal Libano e più recentemente dall’Etiopia, evitando rischiosi attraversamenti di mari e territori ostili e tagliando fuori i trafficanti. Si può ricordare che il Canada ha programmato l’accoglienza in modo simile di 30 mila rifugiati siriani, promuovendo dei gemellaggi con associazioni e comunità locali che accettano di farsene carico.

Il secondo punto debole è l’approccio unicamente repressivo nei confronti dell’immigrazione per lavoro. A parte la difficoltà di distinguere nettamente l’arrivo per asilo dalla speranza di una vita migliore (i tribunali in Italia spesso rovesciano i dinieghi delle commissioni ministeriali, si stima intorno alla metà dei casi esaminati), se si vuole decongestionare il canale dell’asilo occorre riaprire qualche possibilità di ingresso per lavoro: magari stagionale, oppure ripristinando l’istituto della sponsorizzazione a suo tempo introdotto dalla legge Turco-Napolitano.

Il terzo problema ha più a che fare con la natura e il futuro dell’Unione Europea: è accettabile che questioni tecnico-economiche come le quote latte o i salvataggi bancari diano luogo a normative vincolanti e rigidissime, mentre la tutela dei diritti umani universali venga lasciata a decisioni facoltative dei singoli governi? La vittoria di fatto del premier ungherese Orbàn e del gruppo di Visegrad riconfigura per ora i principi basilari della Ue e disegna un futuro di basso profilo politico e ideale. Dovrebbe essere più chiaro ai governanti e all’opinione pubblica italiana che quelli sono i nostri avversari, i principali nemici di una maggiore solidarietà europea sul dossier rifugiati, non un modello a cui ispirarsi con malcelata ammirazione.