Quattordici indagati. Quaranta capi di imputazione. La maxi-inchiesta della Procura di Pescara sulla qualità delle acque del fiume provinciale (e dei suoi affluenti nel tratto finale) scuote l’Abruzzo, ma non giunge inattesa. Le indagini sono durate due anni: quest’inchiesta le accorpa e prova ad arrivare a una verità giudiziaria. I reati contestati vanno dall’inquinamento ambientale alla gestione illecita e al deposito incontrollato dei rifiuti, passando per la frode in pubbliche forniture. Pratiche che riguardano il passato, ha precisato la Procura.

Gli avvisi di garanzia sono scattati, tra gli altri, per Pierluigi Caputi e Luciano Di Biase, commissari unici straordinari (uscente e in carica)  degli enti d’ambito della Regione Abruzzo; per gli ex amministratori dell’Aca (l’azienda consortile acquedottistica locale) Ezio Di Cristoforo e Vincenzo Di Baldassarre; per Giovanni Di Vincenzo, rappresentante legale dell’ati Di Vincenzo-Biofert, gestore del depuratore fino al 2016, e per altri dirigenti esecutivi, direttori tecnici e responsabili di procedimento. Sono stati sequestrati 26 impianti scolmatori. L’inchiesta prende le mosse dalla rottura di una fogna vicina alla circonvallazione di Pescara, avvenuta nell’aprile del 2015, che causò lo sversamento in mare di una montagna di liquami maledoranti.

Il depuratore di Pescara è vecchio, usurato, serve un bacino di 180mila persone e bastano due gocce d’acqua dal cielo per mandarlo in tilt. E a volte non serve nemmeno la pioggia. Per impedirne la rottura, non appena piove le acque vengono dirottate da esso e scaricate direttamente in fiume. Solo che l’acqua piovana e quella reflua (gli scarichi di fogna) non sono smistate, ma procedono in un unico flusso. In pratica, il sistema fognario viene sversato in blocco nel fiume, senza essere trattato, e da lì in mare. Da qui i frequenti (e ondivaghi) divieti di balneazione sul litorale pescarese, che confina con la foce fluviale. E le paure per la salute pubblica: numerosi cittadini e turisti hanno lamentato nel corso del tempo disturbi gastrointestinali e strane bolle sulla pelle, dopo aver fatto un bagno a rischio colibatteri fecali.

I reflui non sono amici del benessere fisiologico e che il depuratore non sia a norma è fatto risaputo da decenni. Nel 2006 fu firmato un project financing che assegnò a Di Vincenzo, uno degli indagati, la sua gestione ventennale e il suo ampliamento. Ma le opere di ammodernamento promesse sono state realizzate solo in minima parte, scrive, in sintesi, nella sua ordinanza il gip Gianluca Sarandrea, secondo cui gli indagati non avrebbero garantito “il corretto funzionamento della rete fognaria, adottando e avallando condotte elusive delle prescrizioni e cautele imposte per il rilascio dell’autorizzazione allo scarico del depuratore di Pescara”. Acqua bianca e acqua nera pari sono.

E contestualmente sono proliferati gli scarichi abusivi, i responsabili paralleli di questo inquinamento di massa. Una ragnatela di responsabilità attive e passive, veti incrociati, “mancanze di monitoraggio“, omissioni che hanno provocato “la compromissione o il deterioramento significativi e misurabili degli affluenti del Pescara, Lavino, Nora e Fosso del Lupo, dello stesso fiume Pescara nonché del litorale marino dell’omonima città”.

Di Pescara si è parlato varie volte negli ultimi anni per vicende legate al suo fiume “malato”. Il sindaco Marco Alessandrini è finito sotto processo per concorso in omissione d’atti d’ufficio: nel weekend tra il primo e il due agosto del 2015 avrebbe, secondo l’accusa, consentito di immergersi in un tratto di mare inquinatissimo, salvo poi firmare un’ordinanza retrodatata di divieto di balneazione. E nel settembre di quell’anno si dovettero persino traslocare i Giochi del Mediterraneo: le analisi non ammettevano repliche, il mare era sporco.

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