Il titolo non è mio, ovviamente. Impossibile competere nella sintesi con Gesualdo Bufalino, genio totale di questa Italia, accatastato per antologie future da un canone indolente. Eppure, in questi giorni in cui la Sicilia sanguinolenta è sottintesa nelle ricorrenze antimafia, il comisano Bufalino bisognerebbe tornare a leggerlo. Quel luglio ’92 fece il suo dovere di intellettuale: interruppe la scrittura del  Il guerrin meschino e gli conficcò dentro una poesia; come un albero intagliato ne fece uno strumento vivo. La chiamò Chiuso per lutto e comincia così:

Basta così, giù il sipario, non me la sento stasera.
Si chiude. Vi rimborso il biglietto.

E dopo parole come acqua prorompente – che tralascio per brevità sperando che, incuriositi, vogliate leggere – conclude:

Nessuna mano solleverà
la pietra dei vostri sepolcri…
Nessuna schioderà
le bare dalle maniglie di bronzo…

Forse solo la tua, bambino.

Bufalino sapeva che il frastuono del tritolo avrebbe costretto la serpe assassina alla muta: pelle vergine ma solito veleno. Soltanto una generazione nuova, immune perché educata nella legalità, avrebbe potuto vincerla. Oggi la mafia è un’altra cosa. Ma prima di strisciare tra diverse – e accondiscendenti – sterpaglie ha lasciato le squame ben in vista, là dove le abbiamo sempre inseguite.

Col loro sacrificio, il 23 maggio e il 19 luglio, Falcone e Borsellino costrinsero i mafiosi a spogliarsi, provando definitivamente a lavare l’odore che Impastato impregnò loro per sempre addosso. Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppino Impastato, Carlo Alberto dalla Chiesa, Boris Giuliano, Pio La Torre, Giuseppe Fava furono santi di una devota lotta al male, che segnò le loro vite e il loro tempo. Oggi il nostro compito non dev’essere venerarli come martiri ma attuarne l’esempio nei nostri giorni e nei nostri figli. La mano del bambino.

Esultare per la morte di Salvatore Riina o twittare “schifosi” ai mafiosi può essere giusto o ingiusto: non m’importa, sicuramente mi pare inutile. Perché mentre lapidiamo quella vecchia pelle, la mafia avvolge le sue spire attorno ai nostri giorni qualunque. Dopo aver postato della “montagna di merda”, le lasciamo due euro per il parcheggiatore abusivo, 10 per un grammo d’erba, 50 per la scommessina su un sito senza licenza. I palazzi corrotti, i commerci tossici, i traffici mortali così distanti da noi avvelenano un mondo già quotidianamente anestetizzato nel nostro piccolo dall’interesse spicciolo e dal consenso muto. “Come s’affonda in un legno un chiodo, a piccoli colpi, la morte”

Noi, uomini qualsiasi, non “combattiamo” la mafia: non è il nostro mestiere. Però possiamo resistere ai suoi piccoli colpi, correggerne gli errori con la pazienza delle maestre, essere esempi modesti per decine di futuri italiani. “Morire è facile, prima o poi ci riescono tutti”, scriveva Bufalino nel suo Bluff di parole. Era un’altra cosa, per lui, ad essere pericolosa: “Sono (presumo d’essere) onesto. Si rischia qualcosa, di questi tempi. Oggi l’onestà è una dote losca, più assai dell’intelligenza.”

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