Chiudere gli occhi e pescare una parola dall’inconscio, così come la suggerisce il caso. Così come potrebbe fare Raymond Queneau, lo scrittore e poeta francese. Oppure qualcuno che, come lui, ama acciuffare le parole da una qualche profondità e portarle in superficie. Calcutta, per esempio, il cantautore di Latina che in due dischi è riuscito a conquistare l’Arena di Verona.

Edorado D’Erme, nome all’anagrafe, con il suo Evergeen, un album che sta tra genio e divertissement, ha messo insieme una sequenza di titoli che sembra proprio un esercizio del poeta francese: Paracetamolo, Orgasmo, Pesto, Rai, Hubner, Kiwi, Saliva, Dateo, Nuda nudissima. Titoli che fanno venire voglia di giocare, trovandosi davanti il cantautore ventinovenne nella redazione milanese del Fattoquotidiano.it, a pochi giorni da due live molto importanti. Sabato 21 luglio, Calcutta sarà allo stadio Francioni di Latina e lunedì 6 agosto all’Arena di Verona.

Una parola: io la dico, lei mi dice cosa pensa.
La prima cosa che mi viene in mente?

Sì, tanto le conosce bene, sono i “suoi” titoli.
Ok, cominciamo.

“Paracetamolo”
Salvezza. In certi momenti lo è stato davvero.

“Hubner”
Salvezza.

Di nuovo?
Sì. Dario Hubner è un calciatore, un bomber anzi, che ha giocato sempre con squadre di metà classifica che avevano la salvezza come obiettivo. Ma non c’è solo il lato sportivo. Di lui mi piace anche l’aver rinunciato a una carriera in Inghilterra per restare vicino alla moglie, all’affetto. Questa è un’altra forma di salvezza.

“Rai” 
Una nonna buona, di quelle con le quali uno ogni tanto litiga. La televisione mia mamma me l’ha tolta quando avevo dieci anni e a casa mia non leggevamo giornali. Mio nonno sì, ma leggeva il Corriere dello Sport e non so se vale (ride, nda). L’unica cosa che mi ha formato è stato il teatro, perché mia madre ci lavorava.

Quindi ha poca dimestichezza con i media. Eppure, con questa grande popolarità raggiunta, le “tocca” frequentarli. Come si fa?
Sto cercando di capirli, questi mondi che non conosco. Di trovare il modo migliore per essere “buono per loro”. Mentre i social sono liberi, o almeno lo erano nella loro forma originaria, mi accorgo sempre di più che giornali e televisione hanno dei codici. Spesso finisco un’intervista e vedo che l’intervistatore è insoddisfatto: la mia non è riluttanza, o cattiveria. È solo che sto cercando di imparare. E poi è una questione di empatia.

I giornali fanno a gara per intervistarla e poco tempo fa un importante mensile musicale le ha dedicato la cover. Che rapporto ha con la popolarità?
Mi dà molto fastidio quando leggo “Calcutta è riluttante al successo” perché non lo sono affatto. Semplicemente, non immaginavo che per campare di musica bisognasse fare l’Arena o lo stadio di Latina. Pensavo di poter scegliere altre vie…

Per esempio quali?
Intanto ci tengo a sottolineare che non sto facendo gli stadi, come qualcuno ha scritto, sarebbe sensazionalista dirlo: ne sto facendo uno. Quello che è certo, è che non mi sarei mai aspettato due date così, dopo solo due dischi. Io vengo da un mondo musicale dove si mira a “piazzare bandierine” nei piccoli posti, “di 50 euro in 50 euro”. In quei tour giravamo l’Italia e c’era la voglia di stare tra amici. Eravamo dei pirati. Andavamo a suonare in contesti che erano proprio ‘oltre il club’: musei, gallerie, bar. Mi ricordo il Bar di Fermignano, con un signore geniale come gestore. Abbiamo suonato perfino nelle case della gente. Mi piacerebbe l’idea di campare di musica così e magari facendo l’autore.

Cosa che lei già fa. Le piace scrivere per altri?
Certo. Poi dipende molto dal “come lavoro e con chi”. Mi piace scrivere con Francesca Michielin per esempio. È una questione di potenziale: lei sa come interpretare quello che scrivo. Amo vedere nascere le cose: io sono uno da studio, sono un pigro.

Insomma proprio il carattere giusto per  affrontare questi due grandi eventi a Latina e a Verona.
Ormai li devo fare (ride e durante l’intervista lo fa spesso, quasi a smentire chi lo dipinge un po’ musone e non molto loquace, nda). L’ansia c’è, soprattutto per quel che riguarda la realizzazione. Sto lavorando sulla parte scenografica e video. È l’organizzazione che mi mette irrequietudine: ho preso dalla mia mamma che quando allestiva uno spettacolo teatrale era così, come me. Vorrei fare una cosa fatta bene. Con il tour precedente potevo ancora permettermi di “pensare semplice”: è ovvio che il lavoro da fare oggi è diverso.

Si sente pronto? Ormai manca poco.
All’inizio no. Me la sono presa con loro e li ho pure minacciati di morte (dice ridendo e guardando Alessandro Ricci, del team Bomba dischi, con noi nella stanza, nda). Amo questo lavoro ma non ho fatto l’università: quando in poco tempo ti trovi a dover realizzare eventi del genere devi imparare tutto in fretta. Certo, mettere in piedi una cosa così e poi vederla vivere mi emoziona e sento che sto crescendo anche professionalmente. Pensi che sto imparando pure un mucchio di cose burocratiche, così ben presto potrò liberarmi di loro (guarda sempre lui, Ricci, che se la ride di gusto).

Mi faccia il nome di qualcuno che non deve assolutamente mancare a queste due date?
C’è una ragazza che ho conosciuto quando ho fatto le foto per la copertina di Rolling Stone. Mi ha raccontato di voler organizzare la sua festa di compleanno a Latina. Lei è di Torino ma vive a Milano e vorrebbe portare con sé, al mio concerto, una trentina di amici. Spero ci riesca, mi piacerebbe tanto averla lì.

Amici? Parenti? 
Io non voglio obbligare nessuno. Mia madre, per esempio, mi fa piacere sapere se viene ma allo stesso tempo mi mette ansia. Mi ricordo che una volta ho detto un’oscenità sul palco e poi mi sono reso conto che nel pubblico c’era lei. Avrà sicuramente pensato “ma guarda questo buffone”.

Che rapporto ha con il suo pubblico?
Durante i live è un rapporto bellissimo. Per strada a volte mi dà fastidio quando la gente mi chiama ma solo se mi “gira il culo” fin dalla mattina. In quei giorni sono un po’ stronzo con tutti. Sono abbastanza spontaneo.

Qualche mese fa Ermal Meta si è molto arrabbiato per via di una giovane fan che si è avvicinata per chiedere un autografo “senza dire ciao né niente”. La infastidisce quando accade?
Capita e ci sono tanti colleghi che si infuriano pensando “ma che ci trattano come una scimmietta?”. Io credo che la gente faccia così per timidezza, e per non farci “perdere tempo”. Non importa se non mi salutano, soprattutto quando sono giovani io li capisco.

Dopo queste due date andrà in vacanza in un posto lontanissimo, dove nessuno le chiederà foto? 
Non so ancora dove andrò, sicuramente dove c’è giorno fino a tardi. Io vorrei evitare quella parte dell’anno in cui il sole inizia a tramontare prima. Settembre e ottobre sono mesi molti difficili per me, mi buttano giù.

Potrebbe andare in Islanda, va di moda e ci sono molte ore di luce.
Sì ma fa freddo, non mi piace.

È spiazzante, sa? A sentire le sue canzoni sembrerebbe uno che si crogiola nella malinconia dell’autunno o dell’inverno.
Invece non è così. Qualcuno una volta mi ha detto, non so se per scherzo o per davvero, che Angelo Branduardi ha un debole per le automobili potenti. Te lo immagini che arriva a cavallo e invece eccolo con un’auto sportiva… L’avrebbe mai detto?

No, ma è bello essere spiazzati. Spesso dice che le interviste non la soddisfano, che si somigliano tutte. Mi dica qualcosa che vorrebbe sentirsi chiedere.
Una sua curiosità, qualcosa che non mi aspetto.

Per esempio se stira le mutande prima di metterle nel cassetto? Una cosa così?
Ecco sì, una curiosità come questa.

Cosa non manca mai nella sua dispensa in cucina?
Questa mi piace. Prima di tutto basilico, menta, prezzemolo e alloro freschi.

Dice davvero?
Sì, certo. A Bologna abbiamo la siepe di alloro. Il prezzemolo ce l’ho sempre fresco, il basilico secondo stagione e la menta andavo a coglierla in giardino ma una signora mi ha spiegato che i gatti amano, diciamo, “frequentarla”, e così ho smesso. Poi non mancano mai peperoncino e limone.

Ingredienti scelti da uno che cucina.
Mi piace molto sì.

Un piatto che prepara quando invita gente a cena?
Il più difficile, quello dal quale si capisce davvero se uno è bravo.

La pasta al pomodoro?
Sì. È come la pizza: se vai in un posto e vuoi capire quanto è buona devi prendere la margherita.

A questo punto non posso non chiederle del pesto (“Pesto” è il titolo di una sua canzone, nda). Non si direbbe essere tra i suoi piatti del cuore…
Invece sì, lo cucino, mi piace. Una volta ne ho fatto uno improvvisato con menta, basilico, pistacchi, pecorino, una variante molto buona con quello che ho trovato in dispensa. Eravamo a Sperlonga, non sapevo cosa cucinare ed è venuto un buon piatto.

Alessandro, seduto lì accanto, conferma e mostra una foto della preparazione, fatta col mortaio. Edoardo racconta la procedura, e ricorda pure di un gustoso piatto di carciofi preparati sempre quella sera a Sperlonga. Quanto basta per scoprire in Calcutta un amante della cucina, oltre che uno molto brillante nel rilasciare interviste. Cantautore di successo e cuoco amatoriale, tra poco su due palchi importanti. Il solito Queneau, per lui probabilmente sceglierebbe una “poesia da mangiare”:

“Prendete una parola? Prendetene due
fatele cuocere come se fossero uova
scaldatele a fuoco lento
versate la salsa enigmatica
spolverate con qualche stella
mettete pepe e fatele andare a vela”.

E allora, mare calmo e vento in poppa, Calcutta.