Nella seconda estate consecutiva di polemiche su Ong e salvataggi nel Mediterraneo, pochi fatti sono certi e tra questi l’unico verificabile è che le navi delle organizzazioni umanitarie sono state messe fuori gioco. Dalla legge? A dire il vero no, per ora solo dalla burocrazia e dalla politica. Prendiamo il kafkiano caso della Sea Watch, l’imbarcazione sequestrata a Malta la prima settimana di luglio senza un perché. Stando ai portavoce dell’organizzazione, in una settimana le autorità locali avrebbero ispezionato e re-ispezionato documenti del battello e del personale di bordo senza contestare nulla. Quindi è toccato a funzionari dello Stato di bandiera, l’Olanda, che avrebbero ispezionato tutto l’ispezionabile ancora una volta senza contestare nulla.
Ma allora perché non li lasciano ripartire? Ho chiesto lumi a Seline Trevisanut, docente di Diritto del mare all’Università di Utrecht che ha risposto senza tanti giri di parole: se non viene contestato qualcosa, le autorità non possono trattenere l’imbarcazione. E qui la situazione si fa persino più surreale: a chiedere il rilascio del battello dovrebbe essere il Paese di bandiera, ossia l’Olanda. Ma l’ultimo dei pensieri dei Paesi Bassi è proprio quello di spendersi per le navi delle ong oppure per quelle bandiere di comodo che, generosamente, elargisce con poca burocrazia dietro il corrispettivo di qualche centinaio di euro. Il paio di righe che la Capitaneria di porto de La Valletta ha recapitato alla Sea Watch non indicano date o altro. Bisogna attendere, magari che arrivi Godot.
Quella delle ong è una storia schiacciata in un dissestato limbo giuridico dove le certezze sono poche e le semplificazioni o ritagli di realtà hanno letteralmente preso in ostaggio i fatti. Ricordate ancora la vicenda “Lifeline? L’esagitato Matteo Salvini aveva parlato di “nave fantasma” ma in realtà, come ha confermato anche la docente italiana ad Utrecht, il diritto del mare non prevede per le piccole imbarcazioni la necessità di figurare nel registro navale ed è consuetudine che le navi possano muoversi liberamente nelle acque Ue, esattamente come persone e capitali. La verifica di bandiera è ancora in corso ma a quanto pare l’iscrizione in un “club nautico sportivo” che tanta cinica ilarità aveva sollevato, potrebbe essere più che sufficiente per giustificare la presenza in mare. Si può discutere se una nave nata per godersi sole e onde sia adatta a tirare a bordo dei naufraghi, ma una regola che lo vieta espressamente non esiste e d’altronde nessun codice potrà mai vietare di prestare soccorso.

E qui si apre un altro, complicato, capitolo: i salvataggi. Anche i salvataggi e quindi la stessa natura delle attività delle ong vivono in un limbo: le organizzazioni salvano o traghettano migranti? Sono in combutta con i trafficanti? Sono taxi del mare? Ad oggi le inchieste del pm Zuccaro non hanno portato a nulla. Il confine tra favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e diritto/obbligo di prestare aiuto in mare si è dimostrato più solido e marcato di quanto il boato dell’inchiesta alle prime battute non avesse fatto credere.

Meno solidi sono invece i contorni del diritto per ciò che riguarda la Libia, non fosse altro perché è opinabile il concetto stesso di Libia. Sul sito del ministero degli Esteri italiano viaggiaresicuri.it si legge: “Si ribadisce l’invito ai connazionali a non recarsi in Libia e, a quelli presenti, a lasciare temporaneamente il Paese in ragione della assai precaria situazione di sicurezza”. Se il Paese è pericoloso per gli italiani non si vede come possa essere sicuro per i migranti, soprattutto in considerazione del fatto che la Libia non ha mai sottoscritto la Convenzione di Ginevra.

Una zona Search and rescue o una Guardia costiera (vera o presunta) non cambiano i termini della questione: che i richiedenti asilo pronti a partire siano mezzo milione o un milione fa poca differenza. Oggi nessuno di loro dovrebbe essere lì e nessuno potrebbe essere rimandato indietro (il divieto di refoulement è ancora valido). Quanti abbiano diritto all’asilo, trattandosi di un’istanza individuale e non di nazionalità, nessuno può dirlo: la protezione internazionale si riconosce anche a persone Lgbtq o a minoranze perseguitate, non solo a chi fugge dalla guerra.

E qui si apre l’ultima osservazione sulle Ong e il limbo in cui operano: la teoria del pull factor. Va detto per chiarezza che le navi delle organizzazioni umanitarie possono ospitare tra 70 e 500/600 persone. E sono state responsabili, come mi ha raccontato Eugenio Cusumano, docente esperto di Ong dell’università di Leiden, di quattro salvataggi su dieci. Piccoli numeri se volessimo immaginare un rapporto causale diretto tra presenza di ong e partenze. A monte, però, in molti, e autorevoli, hanno studiato la questione concludendo che una causalità è da escludere: Heller e Pezzani in “Blaming the rescuers”, ad esempio, smentiscono l’automatismo e lo stesso Cusumano insiste sul fatto che una correlazione diretta non ci sia. L’unica certezza in questo limbo è che senza ong ad aumentare sono i morti, non le partenze.