Se casomai veniste a Palermo, capitale della cultura, venite attrezzati. Prima di tutto portatevi una torcia. Vi servirà. Perché interi quartieri, la sera, restano al buio: l’illuminazione stradale, che pure c’è, resta un fatto puramente ornamentale. Forse in tema con le istallazioni di Manifesta 12. Al buio la zona tra la Stazione centrale e il Policlinico: tanto casomai l’ospedale è lì a due passi, ma portatevi un giubbotto fluorescente se no non vi trova neanche l’ambulanza. Buia anche la Guadagna, zona non proprio appartenente al salotto buono palermitano e dove ci si deve muovere con cautela pure di giorno, figuriamoci quando non si vede a un palmo dal proprio naso.

Buio pesto anche a Mondello, la caraibica spiaggia palermitana invasa da cabine e stabilimenti che lasciano un fazzoletto di spiaggia per chi non vuole o non può “affittare” l’ombrellone e il lettino a cifre che manco Palm Beach. Con un lungomare incolto, fatiscente e lercio tra la bellezza delle ville liberty e la meraviglia dell’acqua azzurra. Dopo il tramonto, si può giocare a mosca cieca senza bendarsi.

Buio totale anche a Baida, periferia medio borghese arroccata sul costone della montagna alle spalle di Palermo. Una sequenza di tornanti e curve a gomito immerse nella totale oscurità. Giochi senza frontiere: chi perde, precipita in una scarpata. Se decidete comunque di venire, portatevi un respiratore. C’è bisogno, fidatevi. Lamunnizza staziona inamovibile lungo percorsi quotidianamente frequentati dai turisti, con variopinti cumuli che possono arrivare anche al metro e mezzo di altezza, estendendosi in larghezza fino dove lo spazio fisico lo consente e anche più in là: verso l’infinito e oltre.

Il respiratore vi sarà molto utile anche se, per fortuiti motivi, doveste raggiungere la sede della Polizia municipale. Nel tratto tra via Dogali e via Leonardo da Vinci da tempo immemore, mesi o forse anni, l’odore di fogna è intollerabile. Gli incolpevoli abitanti della zona, colpiti dalla maledizione del motorino di Alex Drastico, sentono ormai sempre la stessa puzza, ovunque vadano. Di cosa non c’è bisogno di dirlo. Se nonostante questo siete comunque decisi a venire da queste parti, munitevi di comode scarpe da trekking, quelle che si usano per i percorsi accidentati di alta montagna. La città è un cantiere a cielo aperto. Ovunque ci sono scavi, buche, strade chiuse e tragitti interrotti.

Un’antica leggenda metropolitana narra che un tempo lontano via Emerico Amari fosse transitabile fino a via Crispi che, dice sempre la leggenda, era aperta nei due sensi di marcia e senza gimcane assurde per perdoni e automobilisti. Ma si tratta, appunto, di leggende. In ogni caso, le calzature da trekking vi saranno utili. Dovrete camminare, e tanto. Dal primo agosto, pare, la ex municipalizzata che gestisce il trasporto pubblico ha deciso infatti di restituire le chiavi delle linee tranviarie palermitane al sindaco.
Peccato, perché era uno dei pochi (il solo?) servizi efficienti: vetture pulite, aria condizionata, puntualità, brevi tempi di percorrenza. Ma pare che costi troppo. Troppo è costata la messa in opera, questo è sicuro: fantastiliardi di paperoniana memoria no, ma poco manca. Ma la mannaia è il contratto di manutenzione: 18 milioni di euro in quattro anni, quattro milioni e mezzo l’anno per vetture nuove e linee altrettanto nuove. Perché costi così tanto, non è dato saperlo. Certo, era chiaro fin da tre anni fa che non c’erano soldi e che non si sapeva come reperirli, ma si è andati avanti comunque alla spera-in-dio.

La faccenda particolare, però, riguarda il finanziamento dei trasporti pubblici. Una quota del 35% deve provenire dal pagamento del biglietto, il resto ce lo dovrebbe mettere il Comune e la Regione Siciliana. Solo che la Regione Siciliana non riconosce il trasporto su ferro, e quindi il tram, come trasporto pubblico, e per quest’ultimo non trasferisce proprio niente. In virtù di tutto questo, è partito il bando per avviare la costruzione di altre tre linee tranviarie in città: quando si dice saperlo fare.

Se proprio non sono riuscita a scoraggiarvi e volete venire lo stesso, attratti dalla capitale della cultura italiana, potrete ammirare l’incuria e il degrado in cui versano i monumenti cittadini. Molti sono visitabili gratuitamente, come la Palazzina cinese (casino di caccia di Ferdinando di Borbone e opera architettonica unica nel suo genere in Europa) o villa Niscemi (residenza “professionale” del sindaco e residenza storica dei principi Valguarnera di Niscemi). Senza una guida, si capisce. Per l’atavica credenza che con la cultura non si mangia e che la cultura non crea lavoro.

Inoltre, se venite, vi suggerirei di fare una capatina alla Vucciria: c’è la fontana del Garraffello che vale la pena vedere, finita di restaurare poco più di un anno fa. La fontana fu costruita nel 1591, come si può rilevare dall’iscrizione che si attribuisce al poeta Antonio Veneziano. Poco dopo il restauro e nonostante la recinzione tesa a proteggere l’opera, un gruppetto di bambini decise di fare un bagno rinfrescante nella fontana, sollevando scandalo e indignazione. Si arrivò pure all’invocazione di Erode per lavare l’onta della profanazione.
Ah, casomai trovaste una fanciulla in mutande appollaiata sulla fontana, invece, state assolutamente tranquilli: pare che sia arte.