Un incremento della produzione di circa 1 milione di barili al giorno, circa l’1% dell’output mondiale, dal prossimo luglio. E’ la decisione presa il 23 giugno al vertice dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, a Vienna, e annunciata alla presenza del ministro dell’Energia russo Aleksander Novak. L’incontro puntava a dare una risposta collettiva all’appello per calmierare il prezzo del greggio, avanzato soprattutto da Stati Uniti, Cina e India. Al centro della discussione il superamento del vigente accordo fra i paesi Opec e non – questi ultimi capeggiati dalla Russia – in vigore dalla fine del 2016. Il vertice è stato secondo Novak un “forte segnale” che risponde alle richieste del mercato. Che però non è parso rassicurato: nel giorno dell’annuncio, le quotazioni del Wti e del Brent sono cresciute rispettivamente del 4,6% e del 3,1% mentre da inizio settimana il prezzo del greggio continua a registrare rialzi costanti e robusti. Gli analisti del resto hanno stimato che il rialzo di produzione effettivo si limiterà a circa 600.000 barili al giorno, probabilmente non sufficienti alla domanda globale nella seconda metà dell’anno.

Senza dubbio il vertice Opec numero 174 ha ribadito la centralità, anche per l’inizio del ventunesimo secolo, del petrolio come uno strumento di diplomazia ed elemento di fondamentale importanza per la sicurezza nazionale. Un incontro, quello di Vienna, segnato da forti divisioni fra i paesi produttori come non si registravano almeno dal 2011, nel pieno della crisi libica e del conseguente blocco totale delle sue esportazioni. Da allora nuovi elementi hanno però mutato significativamente il quadro globale, generando così una situazione di difficile controllo e che rischia di minare le stesse fondamenta dell’Opec. Il principale elemento di innovazione è stata l’alleanza fra Arabia Saudita e Russia, supportata da Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, che è uscita ulteriormente rafforzata dal vertice di Vienna. Riyad e Mosca, sostenitori di fazioni rivali nel conflitto siriano e spesso su fronti opposti nello scenario mediorientale, sono state capaci di costruire negli ultimi due anni una governance congiunta ed efficace del mercato petrolifero. Ponendo un tetto alla produzione attraverso quote stabilite per singoli paesi produttori, l’accordo ha consentito di diminuire drasticamente la quantità di riserve in eccesso presenti nel mercato, facendo passare le quotazioni al barile da un minimo di 25 dollari al barile del 2016 al prezzo record di 80 dollari registrato a maggio scorso.

Un successo grazie al quale, per la prima volta nella sua storia, Mosca è entrata a far parte del novero delle poche nazioni che a livello globale possono influenzare il prezzo del petrolio. Un fattore di fondamentale importanza sia per la bilancia commerciale sia per il budget a disposizione del Cremlino, oltre che un ulteriore strumento di cui il paese si può dotare nello scenario geopolitico del Medio Oriente. D’altro canto il sostegno della Russia è fondamentale per l’Arabia Saudita, intenta a fronteggiare il proprio nemico giurato anche all’interno dell’Opec.

A capo del fronte opposto vi è infatti Teheran, che tramite il suo Ministro del Petrolio, Bihan Zanganeh, ha cercato di porre un freno alle richieste dei paesi consumatori, in primis gli Stati Uniti che hanno imposto nuove sanzioni sul petrolio iraniano. Un raggruppamento tanto eterogeneo quanto dal peso specifico non indifferente che comprende Iraq e Venezuela ed è supportato anche da Libia, Nigeria e Angola. Nonostante questi paesi posseggano ben oltre la metà delle riserve petrolifere dei membri Opec, si trovano al momento indeboliti e incapaci di rispondere positivamente a nuove richieste del mercato. La mancanza di investimenti nel settore petrolifero statale, le turbolenze internazionali e la conflittualità politica interna, espressa anche da fenomeni di insurrezione armata, sono fra le principali cause che minano la stabilità di questi regimi. Addirittura, in molti casi, ad essere a rischio sono gli attuali livelli di produzione, già al di sotto delle quote fissate dall’accordo Opec/Nopec del 2016.

Nonostante l’intesa di sabato scorso, l’incertezza rimane la costante sul mercato ed è possibile che prima della fine dell’anno il prezzo del petrolio ritorni al centro del confronto internazionale. Le wild cards sul tavolo, come vengono chiamati gli choc che creano discontinuità nelle previsioni degli scenari futuri degli analisti, sono diverse e assai preoccupanti. Innanzitutto sarebbe fuorviante pensare che le compagnie possano rispondere alle richieste del mercato se non nel giro di perlomeno due o tre mesi. Vagit Alekperov, l’amministratore delegato di Lukoil, ha dichiarato che la compagnia è pronta a incrementare la produzione di 23.000 di barili di greggio in un range di 60-90 giorni, ovvero circa il 50% dei tagli imposti all’azienda dall’accordo Opec/Nopec del 2016. Tempo che potrebbe non essere sufficiente nel caso in cui altri cho, del tutto possibili, dovessero entrare in scena.

I consumi durante la stagione estiva risentono infatti di un ciclico incremento della domanda nell’emisfero boreale dovuto alla pressione esercitata dal trasporto su ruote: per gli Stati Uniti si parla di una vera e propria “driving season”. La stessa potrebbe portare in poche settimane a un aumento della domanda di petrolio di circa 2 milioni di barili al giorno, rendendo così del tutto insufficienti le misure proposte a Vienna.

Da non sottovalutare è anche il possibile effetto a catena dei dazi imposti da Trump. La Cina è infatti il maggiore acquirente del greggio americano e allo stesso tempo rappresenta il primo mercato di riferimento per il petrolio iraniano. Se l’escalation con Washington dovesse proseguire, Pechino potrebbe scegliere di sostituire il petrolio americano con quello proveniente da Teheran o altri fornitori, ad esempio la Russia. Un pericoloso gioco di sanzioni e contro sanzioni di cui ad oggi è difficile prevedere le conseguenze.

Infine, l’arrivo della stagione calda nel Golfo del Messico coincide anche con l’inizio delle tempeste e degli uragani i quali costituiscono una seria minaccia per l’intera industria petrolifera regionale. Lo scorso agosto, per esempio, l’uragano Harvey ha colpito duramente la costa del Texas e della Louisiana, dove l’industria petrolifera americana concentra buona parte della propria capacità di esportazione, lavorazione e raffinazione. In quell’occasione, il prezzo della benzina è aumentato, in una sola notte, di circa il 7% in tutto il sud degli Stati Uniti mentre un quarto di tutta la produzione petrolifera nel Golfo del Messico è stata interrotta. Nel caso in cui una simile eventualità dovesse ripetersi in parallelo al peggioramento di uno o più degli scenari politici sopra citati (Venezuela, Libia e Iran su tutti) potremmo trovarci di fronte a una crisi petrolifera e a un innalzamento repentino dei costi del greggio in tutto il mondo, con ripercussioni sui prezzi e sulla sicurezza, specialmente per i paesi dipendenti da importazioni di idrocarburi dall’estero, come l’Italia e in generale gli stati dell’Unione Europea.