A Firenze è morto Duccio Dini, 29 anni, investito tre giorni fa in un inseguimento tra due auto guidate da rom del campo del Poderaccio. Non c’entrava niente con la lite che a lui è costata la vita ed è naturale chiedere e aspettarsi che chi è responsabile paghi (indipendentemente dalla sua identità), che di fronte a una vita spezzata in questo modo ci sia un intervento rapido ed efficace delle forze dell’ordine e dell’autorità giudiziaria, sapendo che il dolore non passa solo perché è stata fatta giustizia; ai parenti, agli amici, alle persone che gli erano care deve andare la vicinanza e la solidarietà di tutti.

Meno naturale è che ci siano forze politiche che aizzano l’odio e organizzano cortei che minacciano violenza contro una comunità che non può portare la colpa collettiva di questa tragedia. Non abbiamo mai difeso chi sbaglia e dove queste comunità degenerino – lo dico senza cercare la giustificazione nell’emarginazione – come a Ostia e a Latina, il nostro problema non è solo quello del rispetto della legalità, ma è anche quello di una pesante e negativa ricaduta su tutta una comunità che già è vittima di una costante discriminazione razzista.

Pensando alla reazione, più o meno spontanea, della gente mi verrebbe da dire che se per ogni crimine odioso perché colpisce un innocente la gente dovesse scendere in piazza, avremmo una mobilitazione permanente. Penso soltanto a quello che io in quanto donna rom trovo uno dei crimini più odiosi, cioè la prepotenza del maschio padrone che ogni giorno ammazza o violenta o perseguita la propria moglie, fidanzata, amante magari solo perché lei vuole essere se stessa.

Sono certa che a questo punto molti dei miei lettori saranno già pronti a ricoprirmi di insulti e lo capisco bene perché credo che in coloro che usano la Rete e i social per aggredire il prossimo con cui non vanno d’accordo – che sia il presidente della Repubblica o una zingara non fa differenza – ci sia una violenza profonda, un rancore che cerca sfogo al di fuori di sé, soprattutto se più debole.

Di fronte alla morte di Duccio Dini si è subito levato il coro: chiudiamo i campi rom. Un problema vecchio e irrisolto perché una questione del genere non si può risolvere semplicemente mandando una ruspa a spianare i campi dove negli anni sono stati accumulate migliaia di persone in condizioni diverse: cittadini italiani, comunitari, extracomunitari, apolidi, gente per bene e gente per male e soprattutto migliaia di bambini senza futuro. Forse tra lasciare marcire le cose e aspettare l’intervento dell’uomo del destino con la sua ruspa, in mezzo ci sono soluzioni ragionevoli e utili.

E a questo proposito vengo a una notizia buona: a Rimini la giunta comunale ha deliberato la chiusura del “campo nomadi” e, utilizzando la legge regionale, le famiglie di sinti italiani che ne fanno parte avranno cinque microaree pubbliche unifamiliari (la soluzione abitativa per le famiglie allargate, nel rispetto della identità culturale di molte famiglie rom e sinte indicata come una delle soluzioni possibili anche nella Strategia nazionale per l’inclusione di rom, sinti e caminanti). Le famiglie ne saranno responsabili e vi eserciteranno i propri diritti e i propri doveri come dovrebbero fare tutti. È una soluzione possibile e utile? Io credo di sì, soprattutto se penso ai tremendi campi di Roma e alla loro situazione degradante e alle condizioni per uscirne.

Infine, per chi volesse (con spirito aperto) approfondire un po’ questi aspetti propongo un libro: Eva Justin, I destini dei bambini zingari educati in modo estraneo alla loro razza, editore Franco Angeli.

È la tesi di laurea di Eva Justin, assistente del direttore dell’Ufficio per l’igiene razziale dei nazisti. La tesi di laurea uscì nel 1944, i nazisti avevano deciso già due anni prima la soluzione finale anche per gli “zingari”, a quell’epoca in gran parte già realizzata. Perché allora fare una tesi di laurea su un problema già risolto nei fatti? La ricerca della Justin fu condotta su un gruppo di bambini sottratti ai genitori, per lo più già avviati ai campi di concentramento e voleva dimostrare che quei bambini, dai 6 ai 13 anni, non erano educabili e perciò dovevano essere eliminati. Quello che io percepisco ogni volta che sento le parole di chi mi insulta e anche di chi propone ruspe e chiusure di campi indiscriminate, è lo stesso sentimento: siamo considerati refrattari, inconciliabili alla loro “civiltà”. E allora? E dopo?