Due cose possono esser dette con assoluta sicurezza dopo lo “storico” incontro, in quel di Singapore, tra Donald Trump e Kim Jong-un.

1. La prima – molto consolatoria e ovvia, ma altrettanto volatile ed effimera – è che, nel catulliano alternarsi d’odio e d’amore tra i due protagonisti, il secondo è infinitamente meno peggio del primo. Ovvero: che molto meno angosciante è, per il pianeta Terra, assistere al pur sconcertante e non poco laido “lingua in bocca” tra il “vecchio rimbambito” (come Kim ebbe a definire Donald) e il “piccolo uomo-razzo” (come Donald ebbe a definire Kim), che ascoltare le reciproche promesse di “fuoco e furia” che tra i due erano corse solo qualche mese fa.

2. La seconda cosa – questa molto più solida e in prospettiva preoccupante – è che ormai del tutto improprio è definire Trump il “peggior presidente” della storia degli Stati uniti d’America. Come il surreale “reality show diplomatico” allestito ieri a Singapore ha infatti ampiamente dimostrato – o, più propriamente, confermato – Trump non è né meglio né peggio degli altri 44 inquilini che l’hanno preceduto alla Casa bianca. E questo per il semplice fatto che in realtà appartiene a una diversa categoria (a class of his own) totalmente inedita e, in quanto tale, inconfrontabile: quella – chiamiamola così – dei “non-presidenti”.

Più in concreto: Donald Trump è troppo palesemente inadeguato, troppo borioso e narcisista, troppo egocentricamente e amoralmente concentrato sul proprio “apparire” e troppo strutturalmente ignorante – ignorante dell’ignoranza di chi si crede al di sopra del sapere – troppo simile, per mentalità e atteggiamento, a un dittatorello da repubblica delle banane per essere comparato a qualsivoglia predecessore, buono o cattivo che sia. Semplicemente: Donald Trump è il primo “non-presidente” degli Stati Uniti d’America, effetto e al tempo stesso concausa della crisi che scuote quella che (fino a ieri) considerava se stessa la più antica e solida democrazia del mondo.

Proprio questo è, infatti, quel che il “summit” di Singapore – spettacolare e fulmineo, un “media event” tanto superficialmente sfolgorante e improvvisato, quanto privo di riconoscibili risultati politico-diplomatici – ci ha prima di tutto raccontato. Desideroso di mostrarsi al mondo come uno statista e un leader mondiale – ovvero, per quello che non è mai stato e che presumibilmente mai sarà, perché evidentemente ignora il vero significato d’entrambi i termini – Donald Trump ha regalato al “piccolo uomo-razzo” quel che suo nonno Kim Il-sung (il divinizzato fondatore della dinastia) e suo padre Kim Jong-il, avevano soltanto potuto sognare: una piena legittimazione internazionale nel contesto d’un fantasmagorico incontro “alla pari”, consumato nel rutilante cono di luce dei riflettori del mondo intero.

E tutto questo in cambio della più vaga, effimera e inconsistente delle promesse di “denuclearizzazione”. Così vaga, in effetti, da restare molto al di sotto dei modestissimi livelli raggiunti, nel 1994, tanto dal primo (e oggi considerato fallimentare) approccio diplomatico tentato da Bill Clinton, quanto dalla molto fuggevole replica del 2005, quando George W. Bush tornò, senza successo, a esplorare le vie del dialogo.

A Singapore, Donald Trump ha fatto un bel salto all’indietro. E lo ha definito una trionfale avanzata. Alla vigilia dell’incontro, com’è noto, Trump aveva da par suo dichiarato di non aver alcun bisogno di “prepararsi” per l’evento. Quel che gli bastava e avanzava per vincere, aveva ribadito, era il suo demiurgico intuito di grande “dealmaker”. Conoscere la sostanza e i dettagli della “questione coreana”? Roba da mezze tacche. A lui, senza nulla sapere, sarebbe stato “sufficiente un minuto” per misurare le vere intenzioni della controparte e le prospettive d’una trattativa.

E così è stato. Dopo pochi secondi, Trump non solo ha porto a Kim il regalo di cui sopra, ma questo regalo ha “confezionato” con parole tanto dolci da risuonare come una molto melensa poesia d’amore. Per la Commissione per i diritti umani dell’Onu, Kim è oggi il leader che, nell’intero pianeta, più merita il titolo di tiranno sanguinario. Ma per Trump – lo stesso Trump che solo un giorno prima aveva abbandonato il G7 freneticamente twittando insulti contro Justin Trudeau – Kim Jong-un non soltanto è un uomo “pieno di talento” e un “molto valido e intelligente negoziatore” – cosa questa a suo modo vera, visto che proprio Kim è l’indiscusso vincitore dell’incontro – ma anche un giovane che “a soli 26 anni ha avuto la capacità di farsi carico d’una nazione”, un leader che, “ama molto il suo popolo” e che dal suo popolo è riamato con “molto fervore”. Incontralo oggi (ha sottolineato) è stato un “onore”. E un onore sarà incontrarlo di nuovo – se sarà il caso nella stessa Corea del Nord o alla Casa bianca – perché tra lui e Kim si è instaurato “a very special bond”, un legame molto speciale.

Proprio questo “very special bond” è, del resto, l’unico topolino partorito da Singapore. Di nuovo: meglio così. Meglio il disgusto per questo “lingua in bocca”, che l’orrore del precedente “il mio bottone nucleare è più grande del tuo”. E nulla costa sperare che la luminescente “photo-op” di Singapore possa davvero, a dispetto di tutto, essere l’inizio d’un cammino di pace. Il problema, tuttavia, è che l’odierno “vincolo d’amore” è a tutti gli effetti figlio della medesima logica che, a suo tempo, produsse “il fuoco e la furia” da Trump promessi, con apocalittici accenti, dal podio delle Nazioni unite.

Come molto profeticamente disse un anno fa Stevie Wonder – splendido musicista notoriamente non vedente – eleggere presidente Donald Trump è stato come “mettere me alla guida di un’auto”. Sull’auto guidata da Trump oggi ci siamo tutti. E di una cosa si può stare sicuri: che si tratti di un percorso di guerra o di una luna di miele, non sarà un bel viaggiare.