Saranno pure diventati i migliori amici di questo mondo, il leader del Mondo libero e il dittatore alla terza generazione dell’unica dinastia comunista. Ma, poiché fidarsi è bene e non fidarsi è meglio – detto che appartiene alla saggezza universale -, il presidente nordcoreano Kim Jong-un, prima di firmare il documento conclusivo dello “storico Vertice” con il presidente americano Donald Trump, s’è ben premurato di fare controllare da un agente della sicurezza nordcoreana dotato di guanti in lattice la penna poggiata sul tavolo.

Il gesto non è sfuggito al pool dei corrispondenti della Casa Bianca al seguito del presidente Usa, che ha puntualmente registrato tutte le frasi, tanto “storiche” quanto banali, pronunciate nell’occasione: “Ci siamo messi il passato alle spalle”, “La denuclearizzazione partirà presto”, “L’inviterò di sicuro alla Casa Bianca”, tutta farina del sacco di Trump, ché Kim è stato meno loquace. Non che i giornalisti all’Hotel Capella abbiano fatto meglio dei leader: la stretta di mano fra i due era “attesa da 70 anni”, hanno scritto a cascata – riferimento senza alcun appiglio -.

Peggio di tutti, nella corsa a essere originali, ha fatto Ivanka, la “prima figlia”, citando un proverbio cinese che pare non esista (in quanto cinese): “Quelli che dicono che una cosa non può essere fatta non dovrebbero interrompere coloro che la fanno”. Per il sito Quote investigator, il detto, spesso attribuito infondatamente a George Bernard Shaw, comparve su un magazine di Chicago nel 1903. “Allora dì a tuo padre di non interrompere Mueller“, ha commentato un follower contestatore, riferendosi all’inchiesta sul Russiagate del procuratore speciale Robert Mueller.

Il Vertice tra Trump e Kim, tra le 9.00 e le 13.00, cioè tra le 3 e le 7 del mattino italiane, ha avuto una scenografia hollywoodiana: i due leader si sono incontrati nel patio del Capella Hotel, sull’isola di Sentosa, entrando da due porticati opposti. La stretta di mano, va da sé “storica”, è durata, sanciscono i cronometristi dell’ufficialità, 13 secondi: Trump più sorridente, Kim che ha meno l’abitudine a vedere gente, più contratto. “Nice to meet you Mr. President”, ha detto in inglese Kim a Trump, che ha replicato “E’ un onore essere qui”: anche questa battuta è stata diligentemente riferita, come altre ad uso e consumo di fotografi e giornalisti. Il resto lo trovate in cronaca.

Aneddotica – ricchissima – a parte, l’impressione è che Trump e Kim si siano lasciati esattamente là dove si sono incontrati: il loro Vertice non ha suggellato la fine di una trattativa, ma ne ha segnato l’inizio. I loro team avevano già preparato tutto, compreso il documento finale, per evitare che l’imprevedibilità e l’impulsività dei loro leader mandasse all’aria il lavoro fin qui fatto. Che cosa c’è di concreto, che impegni ha davvero preso Kim, qual è la roadmap verso la denuclearizzazione della penisola e la pace tra le due Coree – attesa da 65 anni -, quali sono le contropartite americane, lo si vedrà nei prossimi giorni, o mesi.

Fatto il Vertice, soddisfatto l’ego del presidente e del dittatore, il negoziato può iniziare: su ogive e missili, sanzioni e aiuti, non sul cerimoniale della recita di Singapore.