Il Csm non ne accoglie le dimissioni e Donato Ceglie resta in magistratura. Motivo: l’organo di autogoverno delle toghe vuole attendere prima l’esito dei procedimenti disciplinari contro il pm che indagò sugli ecoreati e le ecomafie in Campania, diventò una star dell’anticamorra militante e poi finì intercettato mentre insultava Raffaele Cantone e gli altri procuratori che lui riteneva ‘nemici’ e causa dei suoi problemi. Ma Ceglie non è nei guai solo per questioni di linguaggio. E’ sospeso da funzioni e stipendio da più di due anni principalmente a causa di inchieste e processi che ne hanno rovinato l’immagine, a prescindere dalle sentenze, alcune favorevoli, altre no.

C’è una condanna in primo grado per abuso d’ufficio per aver fatto da consulente occulto e ben remunerato (75.000 euro tramite un collaboratore-prestanone) ai progetti di Coldiretti senza l’autorizzazione del Csm. C’è una assoluzione in primo grado da una accusa di estorsione sessuale a una signora che era la moglie di un suo indagato. Ma soprattutto ci sono alcune prescrizioni, tra cui una per accuse di concorso esterno alla camorra del clan dei Casalesi formulate dalla Procura di Roma.

La prescrizione è un istituto processuale che rappresenta un diritto per l’indagato e l’imputato. Ma si può anche rinunciare a questo diritto, e un magistrato dovrebbe sempre farlo, per non impedire l’accertamento della verità e diradare ogni ombra sul proprio operato. Così almeno la pensano ai piani alti del Csm, che ora vogliono portare avanti i procedimenti disciplinari nei confronti di Ceglie, e portare nelle aule di piazza Indipendenza a Roma le frequentazioni pericolose del pm con Michele Orsi, Cipriano Chianese, Angelo Brancaccio, imprenditori e politici in odore di camorra e collusi – secondo altre indagini – con le ecomafie che il pm combatteva dal suo ufficio di Santa Maria Capua Vetere.

Ceglie ha provato a dimettersi dalla magistratura diverse volte. Ha sollecitato l’uscita di scena attraverso una lettera del suo avvocato al vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, invitando la Quarta Commissione a una trattazione più celere del suo caso affinché potesse vagliare proposte alternative di lavoro. La sua richiesta è stata accolta. Ma è andata nel verso meno auspicato: il rigetto. Il 4 giugno intanto era prevista un’udienza disciplinare nei suoi confronti. Ma è saltata.