Ci sono molti modi per dire “la mafia non esiste”. C’è il modo diretto dell’alto prelato palermitano negli anni 60. C’è il modo, più subdolo, che consiste nel considerarla questione di criminalità comune, come voleva la vulgata dei notabili della DC, e non solo, fino agli anni 70. C’è un terzo modo, molto social, che consiste semplicemente nel farla sparire. Nel non parlarne. Ed è il modo più pericoloso. Soprattutto quando viene alimentato da chi governa o, addirittura, assume l’incarico di ministro degli Interni.

Capiamoci, spesso della parola “mafia” si è fatto abuso. Ed ugualmente si è fatto abuso, e spesso scudo, della parola “antimafia”, basti leggere le recenti cronache.

Un comizio “antimafia” oramai non fa quasi notizia, una dichiarazione in ciclostile di solidarietà e apprezzamento dopo la “brillante operazione delle forze dell’ordine” ancora meno. Ma non è questo che si chiede, direi si pretende, da chi alloggia momentaneamente al Viminale. Al ministro, qualsiasi sia il suo cognome, si chiede e si pretende di non cancellare la parola “mafia” dall’agenda della politica e delle sfide di governo.

Un ministro che decide di fare la sua prima uscita in Sicilia e non trova tempo e modo di dire nulla sulla mafia, sulla pervasività che ancora quest’ultima esercita nella vita economica e sociale di questa regione lancia un segnale pessimo e pericoloso. In quest’isola nel 2017 sono stati 79 – lo dice nel suo rapporto avviso pubblico – gli amministratori locali minacciati. In quest’isola le mani delle cosche sulla gestione dei rifiuti – è scritto nero su bianco nella relazione finale della commissione di inchiesta parlamentare sul ciclo dei rifiuti – sono ancora forti e determinano anomalie ambientali ed economiche devastanti. Sono o no emergenze per il ministro degli Interni? E non è un attentato alla sicurezza ben maggiore di qualsiasi sbarco di migranti?

Eppure non una parola, un cenno, un gesto. La mafia “non esiste” nella continua propaganda del ministro. Scompare. O almeno non è una priorità. La priorità, il messaggio da lanciare, è rivolto ad altri. Oltre lo stretto di Messina. La Sicilia diventa solo una scenografia creata dalla posizione geografica. I migranti sono l’emergenza, i migranti sono il problema sicurezza. Lo dice lo stesso accordo di programma Lega-M5s dove al tema delle mafie è riservato un capitoletto di tre righe mentre il binomio migranti-sicurezza compare praticamente sempre.

La mafia, quando non spara e si limita a fare affari, non si vede. Soprattutto ad occhi che guardano da altre parti.

E quando questi occhi sono quelli del ministro degli Interni, allora, per la Sicilia si può star certi che sono in arrivo tempi molto bui. Come quelli degli anni 50 e 60 dove i ministri degli Interni potevano dire che “la mafia è un’invenzione dei comunisti”.