Innanzitutto la “pace fiscale” con i contribuenti. Matteo Salvini l’ha confermato lunedì sera: al di là dei tempi di avvio della flat tax (prima per imprese e partite Iva, poi per le famiglie), il primo provvedimento economico del governo Conte sarà quello che Carlo Cottarelli ha definito “ennesimo condono. “Andrà a regime subito”, ha confermato il senatore della Lega Armando Siri in un’intervista al Corriere della Sera, spiegando di averne già parlato con il ministro dell’Economia Giovanni Tria. A giudicare dalle cifre ufficiali dell’Agenzia delle Entrate e dall’andamento delle ultime “rottamazioni“, gli introiti che lo Stato può realisticamente totalizzare sono però molto inferiori rispetto ai non meno di 35 miliardi sperati da Siri. E sembra difficile riuscire a coprire con quei soldi il buco di circa 60 miliardi di euro che si aprirebbe – al netto dell’eventuale maggior recupero di evasione – tagliando le aliquote dell’Irpef e quella dell’Ires ai livelli promessi dal contratto di governo. “Ma i calcoli delle Entrate sono basati su criteri diversi“, argomenta Siri con ilfattoquotidiano.it. “Considerano una cartella “lavorabile” solo se il debitore ha uno stipendio, una casa, dei beni aggredibili… al contrario noi chiederemo di pagare aliquote ragionevoli mettendo in condizione di pagare anche chi vuole ma ora non può”.

“Saldo e stralcio per chi è in difficoltà economica” – Nel contratto anche su questa proposta mancano i dettagli: si legge solo che l’obiettivo della pace fiscale è lo “smaltimento della mole di debiti iscritti a ruolo, datati e difficilmente riscuotibili per insolvenza dei contribuenti” mediante “un saldo e stralcio dell’importo dovuto in tutte quelle situazioni eccezionali e involontarie di dimostrata difficoltà economica“. Siri però ha le idee chiare: “Ci saranno tre diverse aliquote, pari al 25%, 10% 6% della somma dovuta, a seconda delle condizioni in cui si trova il contribuente. Fisseremo anche un limite massimo all’ammontare della cartella sanabile. Molti aspetti, tra cui come valutare la “difficoltà economica”, vanno ancora decisi. Ma sicuramente uno dei criteri fondamentali sarà il reddito“. Ma qual è l’ammontare dei debiti iscritti a ruolo che potrebbe essere recuperato per questa via?

Su 1.000 miliardi di magazzino solo 51 “lavorabili” – Il punto sul “magazzino” accumulato a partire dal 2000 da Equitalia (oggi Agenzia delle Entrate – Riscossione) l’ha fatto nel febbraio 2016, davanti alla commissione Finanze del Senato, Ernesto Maria Ruffini, numero uno dell’ente responsabile di accertamenti e controlli: “Il carico totale lordo affidato a Equitalia ammonta a 1.058 miliardi di euro“, ma “le posizioni effettivamente lavorabili si riducono quindi a 51 miliardi di euro: il 5 per cento del carico totale lordo iniziale”. Questo perché “il 20,5 per cento è stato annullato dagli enti creditori a seguito di provvedimenti di autotutela o di decisioni dell’autorità giudiziaria” e “dei restanti 841 miliardi di euro, oltre un terzo sono difficilmente recuperabili: 138 miliardi di euro sono dovuti da soggetti falliti, 78 miliardi di euro da persone decedute e imprese cessate, 92 miliardi di euro da nullatenenti. Per altri 28 miliardi la riscossione è sospesa, sempre per forme di autotutela o sentenze”. Restano 506 miliardi di euro, di cui però “oltre il 60 per cento (314 miliardi) corrispondono a posizioni per cui si sono tentate invano azioni esecutive. Al netto di altri 25 miliardi di rate per riscossioni dilazionate e di 81 miliardi di riscosso, il “magazzino” residuo si riduce a 85 miliardi di euro, di cui 34 miliardi sono non lavorabili per norme a favore dei contribuenti“. Così si arriva ai 51 miliardi effettivamente esigibili. Cifra che secondo Siri è largamente sottostimata perché, appunto, chi non i mezzi per pagare viene escluso dal computo finale.

Il fondo del barile – Resta il fatto tra il 2016 e oggi “misure tipo la rottamazione sono state ampiamente sfruttate”, fa notare Dario Stevanato, professore di Diritto tributario all’università di Trieste. I precedenti parlano chiaro. La voluntary disclosure del 2015 ha fruttato alle casse dell’Erario poco più di 4 miliardi di euro di gettito su 60 miliardi fatti emergere. La seconda edizione è stata un flop: mancano ancora i dati ufficiali, ma le domande sono state poco più di 18mila contro le 130mila della fase uno e gli incassi non arriveranno al miliardo. Quanto alla rottamazione delle cartelle, con la prima sono rientrati 6,5 miliardi mentre la seconda, che si è chiusa a metà maggio, secondo stime ufficiali si fermerà a quota 2 miliardi. L’efficacia, dunque, va diminuendo. Basti pensare che con i tre scudi fiscali dei governi Berlusconi furono “regolarizzati” ben 177,6 miliardi di euro, peraltro a condizioni così favorevoli per gli evasori che lo Stato incassò solo 7,7 miliardi. “Siamo al fondo del barile“, conclude Stevanato. “Per cui la previsione di 35 miliardi di introiti non mi pare lontanamente realistica“. La pensa diversamente Siri: “Con i nuovi criteri e le condizioni che proporremo, l’ammontare aggredibile sale a quasi 800 miliardi. Alla rottamazione ha aderito solo chi aveva i mezzi, noi consentiremo di farlo anche a chi avrebbe voluto ma non ha potuto per mancanza di risorse. Le Entrate hanno chiesto troppo, cercano di spremere limoni senza succo”.