E’ morto a 81 anni l’ex sindacalista e senatore Pierre Carniti. Fu segretario generale della Cisl dal 1979 al 1985. Nato a Castellone, in provincia di Cremona il 25 settembre del 1936, nipote della poetessa Alda Merini, nel 1970 era diventato segretario della Fim, l’organizzazione dei metalmeccanici della Cisl, di cui era diventato poi segretario dal 1979 al 1985. Parlamentare europeo per due legislature, dal 1989 al 1999, Carniti è stato anche senatore, eletto con il Psi, nel 1993 e nel 1994. Lavorò a stretto contatto con l’economista Ezio Tarantelli, ucciso dalle Br nel 1985 quattro anni dopo aver fondato l’Istituto di studi ed economia del lavoro, associato alla Cisl, ed esserne diventato presidente. Nello stesso anno Carniti lasciò la Cisl dopo il vittorioso referendum sulla scala mobile che confermò il decreto frutto dell’accordo di San Valentino.

“Ci ha lasciati Pierre Carniti. E’ un momento di dolore e di grave lutto per la Cisl e per tutto il movimento sindacale italiano”, scrive su twitter la segretaria generale della Cisl Annamaria Furlan,. “Pierre è stato per i lavoratori italiani e per tutti noi un punto di riferimento costante ed una guida morale e politica. E’ stato un sindacalista che ha segnato con la sua azione sindacale davvero un’epoca. Lascia un vuoto enorme nella società italiana. Non lo dimenticheremo mai”. L’Aula del Senato, su invito della presidente Elisabetta Casellati, ha osservato un minuto di silenzio in memoria dell’ex leader della Cisl.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha commentato con una nota in cui ricorda che “Carniti è divenuto uno degli interpreti più importanti della grande crescita democratica, e dei diritti, a cui la sua Cisl, insieme alle altre organizzazioni sindacali, ha fornito un contributo essenziale. La passione civile e sociale non l’ha mai abbandonato e si è espressa anche dopo aver lasciato la segretaria del Cisl: nella guida della Commissione sulla povertà e, successivamente, nel Parlamento Europeo e nel Senato della Repubblica. Ha continuato a dedicare, fino all’ultimo, il suo impegno intellettuale ai cambiamenti del mondo del lavoro, alla necessità di assicurare nei tempi nuovi maggiore giustizia sociale e maggiore equità distributiva. La nostra Repubblica non dimenticherà la sua opera di attuatore instancabile del principio costituzionale di uguaglianza“.

Lo scorso anno, quando Luigi Di Maio annunciò che “o i sindacati si autoriformano o, quando saremo al governo, faremo noi la riforma”, pubblicò su Eguaglianza e libertà una lettera aperta a Cgil, Cisl e Uil che iniziava così: “La recente sortita di Di Maio, con la inconcepibile minaccia rivolta soprattutto al sindacalismo confederale, minaccia che comprende il proposito di riformarlo autoritariamente se mai lui dovesse arrivare a Palazzo Chigi, è sicuramente indicativa dei limiti del dirigente “pentastellato”. Sia della sua cultura costituzionale, come della sua consapevolezza circa il ruolo essenziale dell’autonomia dei gruppi intermedi nell’assicurare l’indispensabile vitalità democratica, nelle società complesse e fortemente strutturate”. E ancora: “L’improvvida uscita del giovane parlamentare, della nebulosa grillina, potrebbe indurre i più sprovveduti a credere che la dialettica sociale possa essere neutralizzata “statalizzando” la società. Tuttavia, non c’è dubbio che la sconsiderata sortita di Di Maio può, al tempo stesso, essere interpretata come una spia anche del declino della popolarità del sindacato. Condizione che induce alcuni politici e politicanti ad uniformarsi a quello che viene considerato il “senso comune”. Anche se, come spiegava bene Manzoni, è generalmente diverso, e non di rado opposto, al “buon senso”. Insomma, Di Maio è stato l’ultimo in ordine di tempo a dire sciocchezze sul sindacato. Ma non è nemmeno l’unico. Basterà ricordare che non moltissimo tempo fa un noto politico, investito da preminente responsabilità istituzionale, non aveva esitato ad affermare che il tempo dedicato al confronto con il sindacato era da considerare, nei fatti, “tempo sprecato”.