Il presidente Sergio Mattarella ha ragione.

Ricordate questa affermazione perché da ora in poi apparirà – lei o il suo contrario – nei bar, sui social, sui giornali, nei manuali di diritto costituzionale e nei dibattiti politici a ogni livello.

Nella Costituzione, di cui il Presidente della Repubblica è il garante e primo difensore, c’è infatti il pareggio di bilancio (art. 81). La Legge costituzionale 1/2012 intitolata “Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale” è la legge di modifica della Costituzione approvata dal Parlamento della Repubblica nel 2012. La riforma ha modificato gli articoli 81, 97, 117 e 119 della Costituzione, inserendo nella Carta il principio del pareggio di bilancio e l’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea (art. 97).

Ovvio che il Presidente della Repubblica non poteva accettare un ministro euroscettico per consentirgli di far uscire l’Italia dall’Euro, per altro senza che questo tema fosse stato toccato in campagna elettorale. Lega e M5S hanno tentato di far entrare in modo surrettizio un punto politico non discusso in campagna elettorale, quando non proprio negato da Di Maio: quello dell’Italexit, dell’uscita della Repubblica dall’Euro e forse anche, in conseguenza, dalla Unione Europea. Nelle stesse parole di Mattarella: “Quella dell’adesione all’Euro è una scelta di importanza fondamentale per le prospettive del nostro Paese e dei nostri giovani: se si vuole discuterne lo si deve fare apertamente e con un serio approfondimento. Anche perché si tratta di un tema che non è stato in primo piano durante la recente campagna elettorale”.

La Costituzione individua nel Capo dello Stato un potere complesso e forte, diretta evoluzione moderna del potere che fu regio. E’ anche per questo che il Presidente è il capo delle forze armate e presiede il CSM, fra le altre cose. Come disse Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 che elaborò per l’Assemblea costituente il testo della Costituzione: “[…] il Presidente della Repubblica non è l’evanescente personaggio, il motivo di pura decorazione, il maestro di cerimonie che si volle vedere in altre costituzioni. […] il Presidente della Repubblica ha funzioni diverse, che si prestano meno ad una definizione giuridica di poteri. Egli rappresenta e impersona l’unità e la continuità nazionale, la forza permanente dello Stato al di sopra delle mutevoli maggioranze. È il grande consigliere, il magistrato di persuasione e di influenza, il coordinatore di attività, il capo spirituale, più ancora che temporale della Repubblica. Ma perché possa adempiere a queste essenziali funzioni deve avere consistenza e solidità di posizione nel sistema costituzionale […]”.

Ecco perché il Quirinale sui nomi dei ministri ha sempre un potere/dovere di vaglia. Giusto per richiamare i casi storici più famosi: Sandro Pertini, presidente della Repubblica, disse no a Francesco Cossiga, premier incaricato, su Clelio Darida alla Difesa (1979); Cossiga, al posto di Darida, mise alla Difesa Attilio Ruffini. E governò per sette mesi.

Oscar Luigi Scalfaro, presidente, disse di no a Silvio Berlusconi su Cesare Previti alla Giustizia (1994); Berlusconi nel ’94 alla Giustizia mise Biondi, e spostò Previti alla Difesa. E governò per otto mesi.

Carlo Azeglio Ciampi disse di no ancora a Silvio Berlusconi su Roberto Maroni alla Giustizia (2001); Berlusconi, al posto di Maroni, mise alla Giustizia Castelli, che era meno noto del primo per il suo estremismo, e governò per quattro anni.

Giorgio Napolitano disse di no a Matteo Renzi su Nicola Gratteri alla Giustizia (2014). Renzi, al posto di Gratteri, propose come ministro Andrea Orlando. E governò per tre anni.

Mattarella ha posto un veto su Paolo Savona, chiedendo a Salvini e Di Maio di fare il nome di un ministro politico della Lega, Giancarlo Giorgetti, visto che già il Presidente del Consiglio non era un politico. Salvini ha pensato di poter rispondere di no al Capo dello Stato, ha intimato a Mattarella che senza Savona saltava il governo, e così Mattarella ha dato il ben servito al professor Conte, nel pieno rispetto dell’art. 92 della Costituzione, che recita: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri”. Lo stesso Di Maio, mercoledì scorso, era ben conscio di questo potere del Capo dello Stato: “Sui ministri non c’è nessuna discussione in atto perché i ministri li sceglie il presidente della Repubblica. Non fate retroscena sui ministri perché non c’è niente“.

La crisi istituzionale che stiamo vivendo in queste ore è dunque dovuta all’incultura di alcuni uomini politici (Di Maio, Di Battista), e alla probabile paura di Salvini di doversi misurare con il mondo reale dopo aver promesso un programma non realizzabile. Dinanzi al costituzionale diniego del Capo dello Stato, Salvini ha deciso di far saltare il tavolo e tornare a elezioni.

L’unico dato positivo è che alcuni milioni di italiani stanno imparando aspetti a loro ignoti della Costituzione: si è cominciato con il fatto che il Presidente del Consiglio può non essere eletto direttamente dal popolo, come il professor Conte ha dimostrato, e oggi stanno imparando che la Costituzione è il luogo in cui sono espressi “le forme e i limiti” della sovranità popolare (art. 1 e 75). Che non è assoluta, mai, non certo in una democrazia costituzionale.

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