Né un ironico gioco di parole né uno di quei nomignoli goliardici che affollano le bacheche dei tornei estivi. Niente di tutto questo: Beitar Trump Jerusalem è la nuova denominazione di una delle società più vincenti e discusse di Israele.

Ad annunciarlo è la dirigenza stessa del Beitar Jerusalem, decisa a rendere omaggio al presidente americano: “Il presidente del club, il proprietario Eli Tabib e il manager esecutivo Eli Ohana hanno deciso di aggiungere il nome del Presidente americano per la capacità riscontrata nel fare la storia, cambiando la denominazione in Beitar Trump Jerusalem. Amiamo il Presidente, e vinceremo. Per 70 anni Gerusalemme ha aspettato un riconoscimento internazionale, fino a che Donald Trump, con una mossa coraggiosa, ha riconosciuto Gerusalemme come eterna capitale di Israele. Il Presidente Trump ha mostrato coraggio e vero amore per la gente d’Israele e la loro capitale, e in questi giorni altre Nazioni stanno seguendo l’esempio dando a Gerusalemme lo status che le spetta”.

Diffuso alla vigilia dell’inaugurazione dell’ambasciata americana a Gerusalemme e degli scontri che hanno causato 61 morti, il comunicato ha destato non poco clamore all’interno di un universo calcistico pronto a scagliare i propri strali in direzione di un club che mai ha fatto mistero di simpatie destrorse e xenofobe. Fondato nel 1936, infatti, il Beitar nacque come diretta emanazione sportiva del Partito revisionista sionista, condividendone le ideologie nazionaliste e distinguendosi per un gruppo ultras – La Familia – resosi a più riprese protagonista di violente manifestazioni di razzismo.

Nel febbraio 2013 la firm israeliana mise a ferro e fuoco persino la sede della stessa società, attirando così le attenzioni delle cronache internazionali. A “giustificare” l’insurrezione armata era allora l’intenzione di impedire l’acquisto di due giocatori di nazionalità russo-cecena (Dzhabrail Kadiyev e Zaur Sadayev) e quindi musulmani. La violenza di quei giorni fu immortalata da Maya Zinshtein nel docufilm Forever Pure, il cui titolo – prendendo spunto da uno striscione esposto sugli spalti del Teddy Stadium, casa del Beitar – ben riassume i dettami ideologici di una tifoseria “fieramente ebrae in un Paese ebreo”, latrice di una cosiddetta “verginità ebraica” e orgogliosamente schierata in direzione anti-musulmana e anti-palestinese.

Dopo sei campionati, sette coppe d’Israele e innumerevoli multe per cori razzisti e comportamenti violenti, a dividere il Beitar Jerusalem dall’adottare Trump nella propria denominazione rimangono ora solo due ostacoli. Il club dovrà, infatti, sottoporre la proposta al vaglio dell’Ifa – la Federazione calcistica d’Israele – e superare l’ostacolo rappresentato dal fatto che Donald Trump in Israele sia un marchio registrato dal 2008. Non resta dunque che confidare nella burocrazia.