Gli immobili confiscati alla mafia nel territorio di Roma potrebbero essere destinati in parte “a finalità lucrative”, seppure “in via residuale”. Concetto, quest’ultimo, che andrebbe specificato e che invece viene proposto con una “pericolosa indeterminatezza”. La Rete dei Numeri Pari, movimento nazionale per la giustizia sociale e contro le disuguaglianze che vede fra i capofila Libera di Don Ciotti, critica il Campidoglio per la mancata condivisione con le associazioni del nuovo regolamento per la gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata sul territorio di Roma Capitale, bozza che a breve dovrebbe essere calendarizzata in Assemblea Capitolina per l’approvazione. Il 9 maggio, nel giorno della commemorazione per i 40 anni dall’uccisione di Peppino Impastato, il coordinatore della Rete Giuseppe De Marzo ha raccolto in un’assemblea pubblica in Campidoglio i rappresentanti dei principali soggetti impegnati sul fronte della lotta alla povertà e alle mafie nel territorio capitolino, chiedendo alla maggioranza del M5S di poter riaprire la discussione sui punti delle finalità lucrative, della partecipazione, della trasparenza, del legalitarismo e per la costituzione di una consulta che verifichi e aiuti il processo di riassegnazione dei beni che man mano entreranno nella disponibilità del Comune.

LE FINALITA’ LUCRATIVE – Sono diverse le criticità avanzate dalle associazioni. La principale riguarda, appunto, la questione della destinazione a finalità lucrative. Il regolamento prevede chiaramente l’utilizzo dei beni immobili per uso istituzionale (articolo 9), abitativo (art. 10) e assegnazione a terzi per finalità sociali (art. 11 e 12); all’articolo 13, tuttavia, si legge che “i beni che non sono stati destinati alle finalità previste, per motivi non imputabili all’amministrazione, possono, come da normativa di riferimento, essere destinati a finalità lucrative” (comma 1), attraverso “concessione onerosa stipulata all’esito di avviso pubblico di concessione” (comma 2) e che “la gestione dei beni confiscati per finalità lucrative rimane in capo al Dipartimento Patrimonio”. Tradotto: se per qualche motivo non si riesca a utilizzare o assegnare gli immobili a scopo sociale, potranno essere dati in gestione a terzi a destinazione commerciale. “Andrebbe capito – ha spiegato Massimo Pasquini, segretario nazionale di Unione Inquilini – che significa ‘residuale’. Perché è vero che la normativa nazionale lo prevede, ma allo stesso tempo non può diventare un’occasione per il Comune per monetizzare”. Gli fa eco Giuseppe De Marzo: “E’ anche per questo che chiediamo l’istituzione di una consulta permanente che possa anche monitorare l’assegnazione di questi beni”.

POCA ACCESSIBILITA’ E TROPPO LEGALITARISMO – L’istituzione di una Consulta delle associazioni è stata richiesta anche in un accorato intervento di Marco Genovese, coordinatore di Libera Roma, il quale non ha lesinato critiche all’attuale impianto del regolamento. “Fra gli affidamenti sociali contenuti nell’articolo 10 – ha affermato – non si fa alcun riferimento all’accoglienza di rifugiati politici e migranti, né all’agricoltura sociale. Inoltre, le finalità sociali dovrebbero contemplare anche quelle culturali, artistiche e ludico ricreative che fanno parte integrante, e importante, del tessuto cittadino”. Un passaggio importante anche sul fronte dei soggetti che possono accedere ai bandi. Roma Capitale, infatti, non vi ammette coloro che hanno in atto contenziosi con il Comune o che abbiano collezionato precedenti di abusivismo e morosità, come nel caso delle occupazioni abitative o dei centri sociali. “La cosa assurda – ha sottolineato Genovese – è che con questo regolamento, Peppino Impastato e la sua Radio Aut non avrebbero potuto partecipare al bando, pur avendo dato un contributo immenso alla lotta alla mafia, solo perché avevano occupato un edificio pubblico. L’accessibilità andrebbe valutata nel merito del servizio alla città. La legalità non può diventare legalitarismo”.

LA FREDDEZZA DEL M5S – Cosa fare per rimediare, dunque? “A Roma serviva un regolamento del genere e fra poco ce l’avremo – ha detto De Marzo – ma chiediamo di poterci vedere per migliorarlo, perché al momento non è del tutto ricevibile. A Roma oggi abbiamo 600 beni confiscati alle mafie e 1.000 sequestrati, con questi ultimi che sono regolati solo da un protocollo di cui non si fa menzione nella bozza”. Un appello cui, in realtà, la presidente della Commissione Patrimonio, Viviana Vivarelli, e il consigliere Nello Angelucci hanno risposto con una certa freddezza, affermando che “possiamo incontrarci senz’altro”, ma che “dobbiamo capire se qualche piccola modifica è ricevibile in tempi stretti, non modificando ovviamente l’impianto del regolamento”. Del resto, ha sottolineato Vivarelli, “avevamo bisogno di un regolamento che calzasse sulla città”, ma “che non venisse superato dalla normativa nazionale”. E il dialogo? Poteva essere impostato precedentemente, ma negli ultimi 2 anni non è stato possibile portarlo avanti “per un indirizzo email sbagliato”.