In uno dei nostri post dal titolo Invecchiare bene si può abbiamo intrapreso una riflessione intorno ai temi della finitezza e della consunzione. Ospitiamo ancora un altro contributo a firma di Gianni Ghidini, che da anni lavora a stretto contatto con gli anziani. Qui approfondiamo un altro dei cinque elementi con cui avevamo chiuso la riflessione più generale: gli altri esistono e sono necessari alla nostra felicità.

di Gianni Ghidini*

Rosina nei suoi racconti ricorda a volte la figura del guerriero. Si tratta di un’immagine che avevo proposto durante le sedute di rilassamento, all’interno del corso di ginnastica dolce per persone anziane. Il guerriero è colui che combatte l’insorgere di pensieri ansiogeni, che stringono al collo e impediscono la tranquillità del vivere.

L’ansia è un cattivo compagno di cammino. Spesso sono i pensieri a chiamarla. A volte il suo arrivo è preceduto da una sensazione di disagio allo stomaco, altre volte da un respiro corto che chiede un’aria che non arriva. Rosina ha quasi 90 anni e queste sensazioni le conosce bene. La vita delle persone intelligenti – e lei nella sua semplicità è una delle persone più acute che abbia mai incontrato – è contornata da mille pensieri che non lasciano pace.

Il presente e il passato sono lì a disturbare il futuro. È per questo che il guerriero deve intervenire, tagliare la testa al serpente che prova a soffocarti. Ma questo non è semplice, soprattutto se il destino si diverte a metterti sulla strada crepacci e tempeste. Mi immagino Rosina che guarda il mare dalle terrazze della sua amata Monterosso, nella speranza che questo desiderio possa concretizzarsi qualche sabato.

Arrivarono, invece, tanti lunedì mattina a cui dovette far fronte. In questi ultimi anni, la saluto dicendole: Dai andiamo e lei mi risponde: Son stufa. E io a dirle che non ha alternativa, che lo sguardo all’orizzonte va tenuto comunque.

A Rosina funzionano bene gli effetti dei ricordi belli. Da quelli si lascia cullare. Ti ricordi in Sicilia? Mi dice. Era giugno, andammo con il gruppo degli allievi e delle allieve di ginnastica. Alloggiammo nei pressi di Acireale e da lì, con un pullman, ogni giorno ci spostavamo alla scoperta di una terra meravigliosa. Alla sera ci godevamo la brezza dalla terrazza dell’albergo, affacciata direttamente sul mare. Lì, con un po’ di ginnastica riprendevamo le forze prima della cena. E poi l’amicizia. In vacanza eravamo una cinquantina, persone diverse con un punto di vista comune: occuparci attivamente del nostro corpo.

Tutto avvenne per caso: delle persone sentirono il bisogno di muoversi, scelsero un luogo insieme ad altre persone, perfettamente sconosciute. Incominciammo così ogni giorno a “far fatica” insieme in un clima professionale e cordiale. Ciò ci permise di conoscerci meglio e di percepire che ogni persona era considerata importante. Ancora oggi, quando manca qualcuno in palestra ci si interessa. Di tutti. Sempre. Non perché manca un cliente, ma perché manca una persona.

Intanto si sente sul corpo l’effetto del lavoro in palestra, percepibile soprattutto facendo il raffronto con quando non si frequenta la palestra. E poi arriva una gita, una mostra, un coro da formare, una vacanza; sempre senza nessun obbligo. Delle occasioni. Per le persone, soprattutto per quelle con pochi legami familiari, questi momenti di incontro diventano importanti. Nasce una rete, direbbero i sociologi. La novità – aggiungo io – è che il fattore di unione di queste persone è il corpo in movimento.

Intendiamoci, non è che Rosina fosse una fanatica del movimento. Anzi. Faceva le sue cose bene, ma con quel briciolo di pigrizia che, nel tempo, ha reso celebri alcune sue frasi. “Materassini!”, diceva dopo pochi minuti di lezione in piedi, auspicando che il momento della ginnastica distesi per terra arrivasse quanto prima. Poi implorando diceva: “no, il candelabro no!”, riferendosi all’esercizio proposto per prevenire l’avanzare della cifosi lombare che consiste nel tenere la schiena dritta e le braccia distese verso l’alto come a volerle allungare.

Sono convinto che tra gli ingredienti di successo che hanno favorito il nostro stare insieme, ci fosse il rigore con cui abbiamo condotto il lavoro sul corpo. Al pensiero debole che riduce l’invecchiamento a un insieme di fragilità da coccolare, abbiamo contrapposto la logica che favorisce l’alimentare tutte le risorse che si nascondono dentro i muscoli degli esseri umani. Se è vero che le articolazioni e le cartilagini sono soggette alle leggi del tempo, allora è altrettanto vero che la perdita di massa muscolare può essere combattuta con sani e (talvolta) duri esercizi. L’importante è saper osare un adeguato sforzo facendo sì che i movimenti non intacchino i punti di debolezza.

Rosina era lì a raccontarmi l’ennesimo suo male e io a dirle: va bene, ma adesso lavoriamo. Ma gli anni passano per tutti, anche per Rosina. Io non volevo perderla, non volevo perdere né lei, né le altre bellissime persone che mi hanno dato tanto in questi anni. Saperla magari confinata in casa con una badante, oppure ricoverata anzitempo in una struttura residenziale. Volevo che esistesse un posto dove risorse e bisogni potessero continuare a incontrarsi. È così che sono nate Le case del tempo.

Due grandi case, nella città di Milano, dove gli anziani più giovani di una comunità – costruita intorno all’idea del movimento corporeo come asse per contrastare i limiti che l’invecchiamento porta con sé – sostengono coloro i cui anni annunciano qualche limitazione.

La faccenda è che l’arrivo dei problemi solitamente non avviene con un brusco cambio tra il bianco e il nero; compare come una scala di grigi, il che è molto più semplice da accettare. Avremmo potuto chiamare questo posto La casa del bene comune o in un altro modo ancora, l’importante era che fosse “casa”. La casa è il luogo dove ci si sente protetti, desiderati, dove qualcuno è contento quando arrivi: è il luogo degli affetti.

Ma come si fa se si è soli e anziani a sentire tutto questo? Servono luoghi di resistenza umana. Ci vorrebbero dieci, 100, mille case del tempo per riconquistare la socialità perduta, per mettere in circolazione la solidarietà prossima e gratuita. Perché ognuno ha diritto ad avere qualcuno che noti il tuo cappellino. Rosina ne ha sciorinati vari, alcuni improponibili, altri discutibili. C’era una certa attesa tra le amiche per vedere il suo prossimo modello. Una casa è anche questo.

Una volta parlando di attrici e di bellezza, l’ho accostata a Simone Signoret. Devo trovare la foto in cui l’attrice francese con il cappellino è immortalata con Yves Montand. Sarà il regalo per suoi 90 anni insieme a una nuova spada per il suo guerriero.

*responsabile de Le Case del Tempo e socio della Cooperativa COMIN