“Abbiamo dati inconfutabili: l’attacco chimico di Douma, in Siria, è stato organizzato. E i servizi speciali di un paese, che ora sta cercando di essere nelle prime file della campagna russofoba, sono stati coinvolti in questa messa in scena“. All’indomani delle dichiarazioni di Usa ed Europa sull’uso delle armi chimiche da parte di Assad in Siria lo scorso 7 aprile, il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov interviene e attribuisce la responsabilità dell’attacco ai Paesi occidentali. E in particolare il portavoce del ministero, Igor Konashenkov, spiega di avere le prove video di un coinvolgimento diretto della Gran Bretagna nell’organizzazione della “provocazione” del presunto attacco chimico nella Ghuta, aggiungendo che i “cosiddetti Caschi bianchi” hanno ricevuto pressioni da Londra fra il 3 e il 6 aprile per affrettarne la realizzazione. Una nuova schermaglia contro la Gran Bretagna, dove la tensione con la Russia rimane alta anche sul caso Skripal, l’ex spia russa che il Regno Unito ritiene sia stata avvelenata proprio da Mosca.

Ma a insistere sulla responsabilità russa sono gli Stati Uniti, dove la portavoce del Dipartimento di stato Heather Nauert ha dichiarato che Washington ha le prove che l’attacco con armi chimiche in Siria è stato condotto da Assad. E più di una indiscrezione sui media nelle ultime ore parla di campioni biologici prelevati a Duma in cui sono state trovate tracce di cloro e gas nervino. Allo stesso tempo, però, l’ambasciatrice Usa all’Onu Nikki Haley, durante il Consiglio di Sicurezza, ha riferito che Donald Trump “non ha ancora preso una decisione in merito a possibili azioni in Siria, ma se gli Stati Uniti e gli alleati decidessero di agire, sarebbe in difesa di un principio su cui siamo tutti d’accordo. Tutte le nazioni e tutte le persone – ha aggiunto – verrebbero danneggiate se consentissimo ad Assad di normalizzare l’uso delle armi chimiche“, ha precisato, sottolineando che secondo Washington le forze del presidente siriano hanno usato tali armi almeno 50 volte dall’inizio della guerra.

Nelle sue dichiarazioni, poi, Lavrov aggiunge che gli Usa e i suoi alleati, nel caso in cui decidano di intervenire a Damasco, rischiano di dovere affrontare una nuova ondata di migranti in Europa. “Dio non voglia che in Siria vi siano azioni avventate come quelle avvenute in Libia o in Iraq” ha proseguito Lavrov, sottolineando che in Siria sono sufficienti “piccoli incidenti per provocare di nuovo ondate di migranti verso l’Europa, e in altre direzioni, che non servono affatto a noi e ai nostri vicini europei”. Uno scenario che per il ministro può essere “accolto positivamente solo da quanti stanno oltreoceano e attendono di nascondersi mentre portano avanti gli sforzi per distruggere questa intera regione al fine di promuovere i loro progetti geopolitici”.

Nonostante i toni accesi e lo scontro a distanza tra Cremlino e Casa Bianca, però, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan rassicura: il clima tra Russia e Stati Uniti “si sta calmando”, e ha spiegato di aver parlato di come riportare la pace in Siria durante colloqui con il presidente russo Vladimir Putin e quello americano Donald Trump. Inoltre il capo del Cremlino, ha riferito il suo portavoce Dmitri Peskov, e il suo omologo francese Emmanuel Macron oggi hanno parlato al telefono di Damasco.