È un agente nervino “del tipo degli agenti novichok” studiati dall’ex Urss quello che ha avvelenato l’ex spia russa Sergey Skripal e la figlia Yulia il 4 marzo a Salisbury, in Inghilterra. A confermare la tesi del governo britannico, che nelle scorse settimane aveva attribuito la responsabilità al Cremlino, è l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac). “I risultati dell’analisi condotta dai laboratori incaricati dall’Opac” hanno “confermato le scoperte del Regno Unito in quanto a identità dell’agente chimico tossico usato a Salisbury“, ha affermato l’organizzazione in una nota, sottolineando la “grande purezza” e “l’assenza quasi completa d’impurità” della sostanza, che però non viene indicata per nome. L’Opac ha diffuso un estratto delle sue conclusioni sulla base dei risultati degli accertamenti condotti da un team di ispettori internazionali nei giorni scorsi in Inghilterra.

“I risultati della analisi dei laboratori designati dall’Opac per esaminare i campioni biomedici e ambientali inviati dal team – si legge – confermano le conclusioni del Regno Unito relative all’identità delle tossine chimiche che sono state usate a Salisbury e hanno gravemente ferito tre persone” (oltre a Serghei e Yulia Skripal, l’agente di polizia Nick Bailey intervenuto fra i primi in loro soccorso). Malgrado la nota non contenga un riferimento esplicito al Novichok, né alcuna accusa alla Russia, il ministro degli Esteri britannico Boris Johnson lo ha accolto via Twitter come una conferma del fatto che “non ci possono essere dubbi” sull’asserita responsabilità di Mosca. Accuse tutte respinte dal Cremlino, che però hanno portato a una guerra diplomatica senza precedenti, con decine di diplomatici espulsi dall’uno e l’altro fronte.

I risultati delle analisi arrivano all’indomani delle dichiarazioni di Yulia Skripal che, dimessa l’11 aprile dall’ospedale, ha riferito attraverso un comunicato diffuso da Scotland Yard che il padre “è ancora gravemente malato” e ha rifiutato l’aiuto di Mosca. Portata in un luogo sicuro dalle autorità britanniche, ha poi messo in guardia: “Nessuno può parlare a nome mio o di mio padre”, ha fatto sapere attraverso la nota, in cui ha rifiutato la proposta dell’ambasciata russa in Gran Bretagna. “Mi hanno gentilmente offerto la loro assistenza. Ma al momento non intendo avvalermi dei loro servizi. Se dovessi cambiare idea, so io come contattarli”, ha precisato. “Ho contatti con amici e con la mia famiglia – assicura ancora -. Ho a disposizione agenti appositamente addestrati che mi aiutano a prendermi cura di me e a spiegarmi i passi investigativi che verranno intrapresi”, aggiunge. La donna, 33 anni, dichiara infine di essersi trovata in una vita “totalmente diversa da quella che ho lasciato appena più di un mese fa”.

Ma la Russia non crede all’autenticità delle sue parole. “Dubitiamo molto che il comunicato sia realmente di Yulia“, ha commentato l’ambasciata russa a Londra, sottolineando come la nota ponga “nuove domande invece di dare risposte”, rafforzando “i sospetti che siamo di fronte a un isolamento forzato di un cittadino russo”. In particolare, la sede diplomatica di Mosca si dice sorpresa dal passaggio in cui la donna parla di contatti con amici e familiari visto che “nessuno sui media conferma simili contatti”. “Particolarmente sorprendente – continua – la frase ‘nessuno parla per me’, quando la dichiarazione non viene letta davanti a una telecamera da Yulia in persona, ma viene pubblicata dal sito di Scotland Yard“. L’ambasciata torna quindi a chiedere “prove tangibili che Yulia stia bene e non privata della sua libertà. Mosca ha inoltre accusato Londra di voler “isolare” la giovane “per nascondere importanti testimonianze e ostacolare un’indagine oggettiva e indipendente”, pretendendo “prove urgenti” del “rispetto della sua volontà”. E la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha aggiunto che la Russia ritiene che la autorità britanniche “deliberatamente trattengano” gli Skripal in regime di “custodia” e li “forzino a partecipare a una messa in scena”.