Di solito la reazione all’ipotesi è una risata. Quando a Luigi Di Maio o qualcuno della sua squadra si paventa l’ipotesi di scendere a patti con Silvio Berlusconi o Forza Italia, sotto qualsiasi forma e declinazione, la risposta è un No irremovibile. Lo era prima quando la posta in gioco era l’opposizione, lo è oggi più che mai che invece gli occhi sono tutti puntati sul governo. A poche ore dal secondo colloquio con Sergio Mattarella e soprattutto dopo l’ennesimo show dell’ex Cavaliere al Quirinale, è una delle poche certezze in casa 5 stelle: “Se Di Maio cedesse su questo punto, non solo scompare il Movimento, ma non terrebbe neppure più la sua squadra”, è il ragionamento. Morale, se anche il leader non può andare in giro a chiamare Berlusconi “il male assoluto” come Alessandro Di Battista, non significa che non lo appoggi parola per parola. Non che questo basti per far dormire sonni tranquilli al M5s, ma almeno dà la consapevolezza che il cerino ora è in mano agli altri. Il Capo dello Stato si è preso qualche giorno per riflettere? Bene, aspetteranno. Sarà incaricata la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati per un mandato esplorativo e valutare la maggioranza possibile? Bene, andranno a dialogare anche con lei, ma ribadendo che non daranno mai un appoggio a un esecutivo con dentro FI, anche se depurato da Silvio Berlusconi. Neppure l’obiezione che tanto “la Casellati i grillini l’hanno già votata per il Senato” ha senso per loro: quella era un’altra partita, dove hanno accettato la berlusconiana solo per avere la presidenza della Camera. E se dovesse spuntare un pre-incarico per il leghista Giancarlo Giorgetti? Ancora bene, ma che sappia, dicono, che se c’è il partito dell’ex Cavaliere dovranno cercare i voti da un’altra parte.

Nel M5s sostengono che per capire Luigi Di Maio basti studiare la sua faccia. Quella tesa di quando è uscito dal Quirinale con Sergio Mattarella, ad esempio. Non è che, come dicono molti quotidiani, si aspettasse già ieri uno strappo di Salvini con Berlusconi e che sia stato spiazzato da quel discorso davanti ai giornalisti, ma forse un segnale diverso, anche impercettibile, lo avrebbe gradito. Solo ieri mattina erano arrivate voci che davano Forza Italia possibilista di fronte all’idea di mettersi da parte per far partire Lega e M5s, ma alla prova dei fatti si è rivelato l’ennesimo tranello di un partito pronto a fare la guerra ai grillini in tutti i modi. Il capo politico M5s è consapevole del fatto che, ancora una volta, serve tempo: Salvini fa fatica a spaccare la coalizione prima delle elezioni regionali in Friuli Venezia Giulia, dove spera di fare il botto e dimostrare agli alleati che può fare da solo. Ma intanto ai 5 stelle, con cui si sente ormai con costanza ciclica, dà segnali contrastanti: quando è il momento di agire nel concreto (ad esempio per l’elezione dei presidenti delle Camere e delle commissioni) fa quello che vuole indipendentemente da Silvio Berlusconi, ma quando c’è da parlare davanti ai riflettori si rimette in fretta in linea. Senza contare il fatto che già qualche tentativo di schema insieme lo hanno abbozzato: sulla squadra di governo ad esempio, e su quali spartizioni fare. Ma a Salvini non è bastato per mollare la coalizione. A dare forma ai sospetti di tanti 5 stelle ci ha pensato Di Battista, l’ex deputato M5s e ancora una delle voci più influenti dentro il Movimento. Non solo ha detto che Salvini al Colle “sembrava Dudù”, quindi il suo cane, ma ha aggiunto che “spera si stacchi da Berlusconi”, anche se “forse non può”. Lasciando intendere che dietro ci sia una forma di ricatto di cui nessuno è a conoscenza. Il fatto è che Salvini, osservano i 5 stelle, cambia idea continuamente.

Se è questione di tempo, Di Maio intende giocarsi tutta la partita. E’ vero che c’è la faccenda della deroga al secondo mandato, per cui se si dovesse tornare al voto prossimamente lui, che ha già fatto due giri in Parlamento, sarebbe riconfermato, ma è anche vero che le logiche di potere sarebbero tutte da rifare da capo. E il Movimento non sa se ha le spalle ancora così forti per reggere il colpo. Tradotto significa giocarsi il tutto per tutto a questo giro. Se ad esempio si tratta di portare pazienza, il capo politico M5s ha deciso di portare avanti i suoi sul fronte dei programmi e dei contenuti. Mentre ieri i partiti salivano al Colle, lui firmava un accordo con Giacinto Della Cananea, professore incaricato di studiare i programmi di Lega-Pd-M5s e tirarne fuori una bozza di contratto alla tedesca. E’ un fatto raccontato sul Blog delle Stelle, ma passato in secondo piano. Eppure qui si gioca una parte importante della partita del dietro le quinte. Tant’è che, al termine del colloquio al Colle, Di Maio ha detto che entro il 30 aprile avrà in mano una versione. E la data non è stata scelta a caso: è un giorno dopo le elezioni in Friuli, quando forse qualcosa si sarà mosso e loro sperano di potersi mettere a parlare di contenuti. Uno dei punti su cui intende giocare il M5s è la necessità della Lega, come dei grillini, di dare risposte a un elettorato esigente sui temi discussi in campagna elettorale: è quello che loro chiamano il popolo di pancia, che è pronto a togliere il proprio voto se non vedesse risultati concreti nel quasi immediato.

Il vero fantasma per i 5 stelle però si chiama “governissimo”, quello che potrebbe nascere con l’appoggio di tutto o una parte del Partito democratico. O meglio, quello che potrebbe essere l’effetto dei resti del Nazareno, quasi fosse una malattia. Quando Salvini, parlando ai giornalisti, ha detto che il centrodestra è pronto a formare un “governo forte e di lunga durata con un premier indicato dalla Lega”, i 5 stelle hanno pensato subito all’inciucio. Il leader del Carroccio, è il timore, potrebbe accettare di mandare uno dei suoi (e tutti pensano a Giancarlo Giorgetti) come presidente del Consiglio alla guerra, pescando voti dove ci sono. E quindi, senza mollare Forza Italia, prendendo quelli del Pd. Per alcuni è fantapolitica, perché comunque l’appoggio dei dem potrebbe non bastare e, non bisogna dimenticarlo, il Pd è spaccato in mille rivoli. Per altri è un accordo già fatto, a cui sono praticamente rassegnati. Da qualunque parte la guardino però, la verità è che ora loro, i 5 stelle, sentono di non dover fare molto. Salvini deve vedersela al suo interno. Serve tempo e se ci sono le evoluzioni sono comunque impercettibili. Anche per questo Di Maio ha chiesto ai suoi di concentrarsi sulla campagna elettorale in Molise, mentre lui domenica sarà al Vinitaly di Verona. Ci sarà anche Matteo Salvini, ma assicurano che faranno in modo di non incontrarsi. Per il dialogo basta il telefono, mentre per sedersi a un tavolo ancora mancano le condizioni.