Al Quirinale è salito Maurizio Martina. Ma dopo l’incontro con Sergio Mattarella, a fare il punto sulle consultazioni con i capigruppo è sempre lui: Matteo Renzi. Ufficialmente si è dimesso da segretario, ha promesso “di stare zitto due anni” e nella prima giornata a Palazzo Madama scherzava con i giornalisti: “Perché mi cercate ancora? Dovete imparare a ignorarmi“. In realtà dopo l’incontro con il capo dello Stato l’ex premier ha subito radunato i suoi, questa volta non più al Nazareno, ma in un ufficio della famiglia Marcucci gentilmente concesso dal fidato Andrea nei pressi di via Veneto.

È lo stesso posto in cui Renzi ed Enrico Letta siglarono il “patto della schiacciata” che portò Letta a Palazzo Chigi nel 2013. Una situazione molto simile a quella attuale, con Pierluigi Bersani che si era dimesso e il Pd che sarebbe stato affidato dall’assemblea a Guglielmo Epifani, segretario traghettatore. Lo stesso ruolo al quale si candida Martina, che ha incassato il sostegno di Dario Franceschini. I renziani, però, frenano. E potrebbero anche puntare alle primarie, per evitare di trovarsi ridimensionati nei posti in lista in caso di un ritorno alle urne.

Si vedrà. Di sicuro c’è che l’ex segretario si comporta come se non si fosse mai dimesso. Al vertice di via Veneto, infatti, c’era tutto il suo stato maggiore: Ettore Rosato, Lorenzo GueriniLuca Lotti, Maria Elena Boschi, Francesco Bonifazi e i capigruppo di Camera e Senato, cioè Graziano Delrio e lo stesso Marcucci, appena scesi dal Colle. In pratica gli azionisti di maggioranza del Pd. Perché anche se Renzi non è più formalmente segretario, i suoi rappresentano comunque la schiacciante maggioranza dei gruppi parlamentari del Pd.

Ed è proprio per difendere quest’ultima posizione privilegiata – essere maggioranza in un partito all’opposizione – che a disegnare le strategie per il futuro del Pd è una riunione alla quale Martina – formalmente il numero uno dei dem e capo delegazione davanti al presidente della Repubblica – non è stato nemmeno invitato. E fuori sono rimasti anche gli altri leader non più renziani, come Franceschini, o quelli che non lo sono mai stati, come Andrea Orlando.

Luigi Di Maio ha aperto al Pd? E da via Veneto filtra subito alle agenzie che “i dem non andranno, a meno di ripensamenti dell’ultimora, al nuovo incontro proposto oggi dal leader del Movimento 5 stelle“. Il motivo? È sempre la stessa gola profonda dal salotto buono della Capitale a spiegarlo: “Di Maio che mette il Pd sullo stesso piano della Lega ci aiuta”. Aiuta a fare che? “A rimanere all’opposizione”, dicono dal vertice in casa Marcucci. Non passa neanche un’ora e alcune imprecisate fonti dem fanno sapere che “è inaccettabile per il Pd la politica dei due forni del Movimento 5 stelle: Dem e Lega non sono pari. Per questa ragione il reggente Maurizio Martina dovrebbe dire di no all’incontro con Luigi Di Maio”.

Ma in via Veneto non si ragiona solo sulla strategia da seguire sul versante della formazione del governo. Alla riunione dei renziani, infatti, si è discusso anche dì altro. Per esempio su cosa fare sabato 21 aprile, il giorno in cui l’assemblea del Pd dovrà decidere la strada da imboccare dopo le dimissioni di Renzi. Il reggente Maurizio Martina si è proposto ufficialmente per la segreteria e al momento è l’unico candidato in campo. Ipotesi da evitare.

Non è detto, infatti, che l’assemblea nazionale (dove i renziani rappresentano la schiacciante maggioranza) decida di eleggere un nuovo segretario in quella sede. Potrebbe anche optare di andare subito al congresso. Il motivo? È la solita gola profonda renziana a spiegarlo: “Matteo sta ancora valutando ma molti di noi hanno chiaro cosa non vogliono“. Non vogliono, cioè, che Maurizio Martina resti segretario. Perché se si dovesse andare a elezioni anticipate a fare le liste è il segretario. E come si è visto alle ultime elezioni, i renziani in Parlamento sono aumentati esponenzialmente anche se il Pd ha perso 7 punti percentuali. Sono diventati maggioranza in un partito ormai minoritario. Ed è per non perdere questa condizione di vantaggio – seppur effimera – che l’ex premier sta scommettendo sull’impossibilità di formare un nuovo governo. E quindi sul ritorno alle urne. “Starò zitto due anni”, aveva detto appena qualche giorno fa. E zitto in effetti è rimasto. Per lui parlano i suoi.