Caro Antonio Albanese, che risate quando mette in scena le sue maschere comiche e che grande attore è stato in film come L’Intrepido, Questioni di cuore, o La lingua del santo. Però ci perdoni: Contromano, la sua quarta regia, è un film che proprio non funziona. Anzi, per rimanere nella metafora automobilistica del titolo, il film va subito fuori strada e cade giù per un dirupo. Chiamato il carro attrezzi proviamo a spiegare il perché di questa cocente delusione. Intanto, ci scusi, ma in questo film non si riesce a fare una risata che una, come dire, nemmeno a piangere. La sensazione di gelida inconcludenza che Contromano trasmette, rattrista e smarrisce lo spettatore per almeno tre motivi.

Il primo: Contromano cambia continuamente di passo nel tono da tenere per affrontare “comicamente” il tema del (presunto) razzismo. Un po’ black comedy (come ci era parso dal trailer) e un po’ commedia sentimentale, un po’ on the road alla Salvatores e un po’ racconto di Natale (nella sua cinica cattiveria iniziale il protagonista Mario poteva essere uno Scrooge d’annata), Contromano sbanda appena finisce il primo blocco narrativo, quello del trappolone al vu cumprà malandrino che vende calzini di bassa qualità e a prezzi stracciati davanti al negozio di calze di qualità e più costose del povero commerciante Mario. Lo stordimento dell’immigrato africano (unghie sui vetri che grattano) da parte di Mario lascia di stucco: cinismo penzolante in mezzo allo schermo che non sa né di reale né di fiaba, figuriamoci di surreale o grottesco. Come del resto l’inquietante rapimento del medesimo, che ancora gioca sui codici di una comicità che fatica ad esplodere onesta e comprensibile, depista ulteriormente lo spettatore. Come se non bastasse il film va diretto in dérapage, buttando dentro alla storia un povero disabile (e siamo di nuovo in un realismo spinto) che ovviamente le sa tutte lui (ci perdoni Albanese ma non abbiamo capito che c’entri umanamente e logicamente anche in un’allargata allegoria della diversità da ribaltare di senso); e una bellissima attrice africana, della quale Mario, che sarà razzista ma non fesso, s’innamora. Qui la bussola che dovrebbe segnare satira socio-politica (“vi riportiamo tutti a casa” come da tagline del film), fa invece oscillare l’ago sul viaggio di Mario che accompagna i due migranti nel loro paese natale, in Senegal, in un romantico vis-a-vis che poi si incaglia in gelosie sentimentali, tentativi di fuga di tutti (ma dove vanno?), in un vuoto atteggiamento d’attesa per l’ennesima svolta di scrittura e di tono. Non raccontiamo tutto il film, ma possiamo rivelare che il protagonista si ritrasforma nuovamente in almeno altri due Mario comicamente differenti.

Secondo: al film Contromano manca un vero e proprio sguardo cinematografico. Un rigore formale, visto che lei Albanese cita spesso Kaurismaki, che dia forza, struttura, e sorregga l’intero racconto. Qualcosa non di necessariamente e rigidamente autoriale (appunto, le inquadrature frontali e il mutismo stralunato dei personaggi di un Kaurismaki); ma anche solo qualcuno di banalmente presente dietro la macchina da presa, che dire, alla Nanni Moretti. In un film in cui non c’è forma, difficilmente ci sarà sostanza o “contenuto”. Facciamo un esempio terra a terra: a forza di inquadrare tavole di ristorante imbandite e camerieri intenti a riempire bicchieri facciamo notte senza che la storia in sé ne tragga beneficio alcuno; se il percorso dell’auto di scena diventa un ridondante paradiso dei fegatelli per fare minutaggio, va bene il significato simbolico del dissolvimento delle distanze geografiche per dire che abitiamo tutti sullo stesso pianeta, però visivamente è di una pesantezza insostenibile. Kaurismaki, che lei cita in continuazione, depura e condensa fino all’osso ciò che formalmente gli serve proprio per raccontare al meglio la sua storia. Storia che come ne L’altro volto della speranza, nella sua essenzialità come numero di inquadrature, nella sua sintesi di un messaggio amaramente comicheggiante ma duramente e pervicacemente antirazzista, non ha nemmeno mezzo fotogramma in più di quello che serve. I film possono durate anche 65 o 70 minuti. Non muore nessuno.

Terzo ed ultimo motivo: la programmaticità politica sterilizza l’intera messa in scena. Che è poi il nocciolo della questione, il vulnus inestricabile che spinge a scrivere e filmare il razzismo dell’Italia di oggi. Ed è qui il pasticcio più incomprensibile. Va bene che Contromano è disseminato di metafore, di allusioni e non detti, ma poi alla fine dei conti non mette di certo in risalto la presunta follia del protagonista del riportare a “casa loro” i due africani. Come dicevamo all’inizio gli spigoli, gli angoli, le asperità del conflitto “razziale”, il disgraziato Mario contro il disgraziato Oba, scompaiono da un attimo all’altro dopo venti/trenta minuti di film. Puff, così, da “negro di merda” a “È arrivato mio fratello”, dalla vacanza umanitaria (che non fa ridere) ad un Turné colored pesante e noioso. Ed è proprio qui il male di questo progressismo contemporaneo: negare il conflitto, anche quando lo si è accennato ed esposto (con una lucidità che avrebbe fatto esultare Salvini – dategli torto al povero Mario), anche quando non lo si può aggirare, anche quando c’è e fa male raccontarlo. Il discorso politico e idealistico lasciamolo da parte. Pensiamo a Contromano: se eliminiamo il conflitto arriviamo al dunque del “siamo tutti fratelli” che però occupa il tempo di un cortometraggio. Il resto che è stato girato a fare? Pensate che sul finale si arriva persino all’aiuto concreto, che non stiamo a svelare, di Mario a casa loro (un carpiato che la casalinga di Voghera non comprende perché ha già staccato da un’ora ed è ancora lì a pensare alle ingiustizie patite dal proprio cognato che sembra proprio il Mario del film) ma che ha un vago sentore da colonialismo buonista. In fondo il messaggio universale di Contromano era già condensato tutto nella prima splendida inquadratura: un’oggettiva dall’alto sul cemento di un parco ricoperto di foglie secche, sotto le quali si scopre un’Italia disegnata e divisa in regioni, a loro volta dipinte da colori diversi, con dei bambini italiani dalle tante facce e colori che le occupano vociando e ridendo. Tre, quattro minuti al massimo. Senza bisogno di andare chissà perché, dove, e rispetto a chi o cosa, contromano.