“Sono più forte di mio fratello in campo, non ha di che prendermi in giro”. Martina ha 12 anni e gioca nella Primavera del Ravenna woman, squadra di serie A femminile. Quando parla del suo futuro di calciatrice le brillano gli occhi. Ma per le ragazzine scegliere il calcio come sport del cuore resta difficile. E lo ancora di più sognare di diventare professioniste. Semplicemente perché, in Italia, il calcio femminile professionistico non esiste. “Le campionesse risultano giuridicamente dilettanti. I contratti sono semplici scritture private e gli stipendi vengono chiamati rimborsi spese“, racconta a Fq MillenniuM Luisa Rizzitelli, presidente dell’Associazione nazionale atlete.

Il mensile diretto da Peter Gomez, in edicola con un numero interamente firmato da donne, ha incontrato le giocatrici del Ravenna Woman per raccontare da un lato il talento e la passione per il gioco, dall’altro il buco legislativo che costringe tante a smettere di giocare: una legge del 1981 delega al Coni e alle singole Federazioni l’onere di decidere quali siano le discipline sportive da considerare professionistiche. E la serie A femminile fa capo alla Lega nazionale dilettanti. Così addio stipendi equi e tutele, dai contributi alla malattia in caso di infortunio. Risultato? Molte tra le ragazze in campo si allenano dopo la giornata di lavoro. Sara Quadrelli, difensore, fa i turni in un supermercato di Riccione. Sharon Preti, della Primavera, si guadagna da vivere in una libreria. “Mio figlio ha giocato nel Cesena, nel Forlì e a Vicenza. Ora milita in Eccellenza e prende più della sorella che gioca in serie A”, rivela la mamma della centrocampista Giorgia Filippi.

Le più brave, anche in questo campo, finiscono per andare all’estero. Almeno per un po’. “Rimanendo in Italia non sarei cresciuta né diventata professionista. Per questo dopo l’Europeo 2013 ho scelto la Germania”, ricorda Raffaella Manieri, la veterana del club, che fino a due anni fa era al Bayern Monaco e da sola ha collezionato un palmarès che supera quello di Gonzalo Higuain. Ora, a 31 anni, è tornata in provincia e si gode la possibilità di giocare sul fango, a 3 gradi e su un terreno quasi impraticabile causa pioggia: “Non lo facevo da quando ero ragazzina”. Ma, oltre a giocare, Manieri allena la under 12. Allena insieme bambini e bambine, perché “le femmine ne guadagnano in preparazione e i maschi in applicazione e passione”. Ha anche fondato la Raffa Manieri Academy, una scuola di formazione supportata dal Coni e rivolta ad allenatori e dirigenti che vogliano occuparsi di calcio femminile. A loro spiega che le differenze ci sono e bisogna tenerne conto: “Mentre i maschietti sono instradati fin da piccolissimi, le bambine devono vincere le resistenze culturali e imparare da zero”.

L’altro ostacolo? I genitori. “Spesso sono loro a non volere che le figlie giochino. Prima ancora di formare le atlete dobbiamo fare i conti con le spine che hanno in casa”. Gli stereotipi delle calciatrici “maschiaccio” sono duri a morire, ma molto è cambiato: “Nello spogliatoio del Bayern le mie compagne si truccavano. Era il club stesso ad invogliarci a curare la nostra immagine. Così ho creato una pagina Facebook e un profilo Instagram. Il pubblico sui social vedeva una parte privata di noi, non solo i nostri risultati in campo. E così scopriva delle ragazze qualunque, anche belle. In Italia mi prendevano in giro: ‘Sei sempre a far le foto’. Ma col tempo abbiamo avuto ragione noi”. Sul fronte legislativo, però, ancora nulla si muove.

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