L’arresto dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont alla frontiera tra Germania e Danimarca, ha provocato tensioni e scontri a Barcellona, dove 100 manifestanti e 23 agenti sono rimasti feriti. Nel pomeriggio di domenica circa 55mila persone sono scese in strada, convocate dagli organismi indipendentisti, per protestare contro il fermo di Puigdemont e la carcerazione preventiva venerdì scorso di altri cinque leader separatisti.

Arrestato sulla base di un mandato di cattura europeo attivato dal Tribunale Supremo spagnolo venerdì, Puigdemont a breve potrebbe essere consegnato alla Spagna che lo accusa di reati connessi al piano indipendentista. Trattenuto in base all’ordine di arresto europeo emesso dalla magistratura spagnola che lo ha accusato di insurrezione dopo la dichiarazione dell’indipendenza della Catalogna, oggi comparirà davanti ai giudici tedeschi.

Convocati dal gruppo separatista radicale Comites en Defensa de la Republica e da esponenti dell’Assemblea Nazionale Catalana, i sostenitori della causa indipendentista si sono ritrovati sulla Rambla, nel centro di Barcellona. La colonna dei manifestanti era preceduta da un cartello con lo slogan “libertà per i prigionieri politici”. Diversi partecipanti hanno portato bandiere indipendentiste e maschere di Puigdemont e hanno scandito gli slogan “Libertà per i prigionieri politici” e “Puigdemont nostro presidente”. La marcia si è diretta verso gli uffici di rappresentanza della Commissione europea. Ci sono stati anche alcuni scontri tra manifestanti e polizia.

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Puigdemont, ha fatto sapere via Twitter il suo avvocato Jaume Alonso-Cuevillas, arrivava dalla Finlandia e viaggiava in direzione del Belgio, dove risiede, per presentarsi alla magistratura. Due giorni fa il gip del tribunale supremo spagnolo Pablo Llarena ha formalmente incriminato l’ex presidente della Generalitat catalana, il candidato alla presidenza Jordi Turull, l’ex vicepresidente Oriol Junqueras e altre nove persone per ribellione, sedizione e abuso di potere. Se ritenuti colpevoli rischiano 30 anni di carcere. Cinquanta giuristi e cattedratici di diritto delle università catalane riuniti nel ‘collettivo Praga’ hanno contestato l’incriminazione: in un documento comune affermano che “il reato di ribellione non sussiste” perché non c’è stato “un innalzamento della violenza” in Catalogna e denunciano l’incarcerazione preventiva dei leader catalani come “eccessiva, sproporzionata e crudele“.

Il fermo in Germania è avvenuto dopo che l’ex presidente catalano era riuscito sabato a lasciare la Finlandia: la polizia finlandese aveva riferito che lo stava cercando per eseguire il mandato di cattura. A rendere noto che aveva lasciato il Paese era stato Mikko Karna, un parlamentare finlandese che giovedì e venerdì ha ospitato l’ex leader separatista catalano. Secondo i media spagnoli la posizione di Puigdemont ora si complica perché il sistema penale tedesco contempla gli stessi reati di cui è accusato dalla procura spagnola, a differenza del Belgio, e la collaborazione giudiziaria tra Berlino e Madrid è una delle più strette all’interno degli Stati Ue. Durante la fuga in Belgio e in seguito al primo mandato di arresto europeo, la difesa aveva potuto fare affidamento sulle differenze tra la legge spagnola e quella belga, che non prevede ad esempio il reato di ribellione.

La Germania, dopo l’arresto di Puigdemont, dovrà aprire un procedimento giudiziario basato sul mandato d’arresto europeo. Se il leader indipendentista dovesse accettare l’estradizione in Spagna, questa potrebbe arrivare nel giro di una decina di giorni. Se, invece, dovesse opporsi, i giudici tedeschi avranno a disposizione un massimo di 60 giorni, prorogabili a 90 in casi eccezionali, per decidere se Puigdemont dovrà essere trasferito. Il mandato di arresto europeo, valido dal 1 gennaio 2004 e valido in tutto il territorio dell’Unione,  ha sostituito il lungo iter procedurale previsto in precedenza per l’estradizione. Praticamente si tratta di della richiesta di uno dei 28 stati membri dell’Ue, affinché si proceda all’arresto di una persona in un altro Paese dell’Unione e alla sua consegna. Il procedimento esclude qualsiasi intervento di tipo politico e prevede contatti diretti tra le autorità giudiziarie, che riconoscono, in modo reciproco, le proprie decisioni.

Teoricamente gli Stati membri non possono rifiutare la consegna dei propri cittadini, a meno che non assumano la competenza per l’azione penale o l’esecuzione della pena privativa della libertà nei confronti del ricercato. Ci sono alcune garanzie che possono essere richieste, tra cui anche quella che il ricercato possa trascorrere il periodo di detenzione nel Paese che consegna, ma questo è possibile solo se si tratta di un cittadino o di un residente abituale in tale Stato. Ci sono, però, anche alcuni motivi per cui il mandato d’arresto può essere rifiutato: dalla giurisdizione territoriale alla procedura penale in corso nel Paese di esecuzione, se la persona è già stata giudicata per lo stesso reato, o se si tratta di un minore. Nel caso di Puigdemont, tuttavia, gli esperti giuridici prevedono che la procedura andrà avanti senza intoppi. Per quanto riguarda i reati contestati all’ex presidente della Generalitat, il sistema penale spagnolo e quello tedesco praticamente combaciano.

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