E’ grande festa in Iran: ieri martedì 20 marzo si è celebrato il Nowruz ovvero il Capodanno persiano che coincide con l’arrivo della primavera. Ieri in Iran, è iniziato l’anno 1397 e la sensazione per chi vive la quotidianeità di questo paese è quella di una totale sospensione della realtà.

Il Nowruz, che cade il 20 o il 21 marzo a seconda degli anni (quest’anno è stato il 20), significa ‘nuovo giorno’ ed è il primo giorno del calendario solare iraniano. Seppur legata alle antiche vestigia del passato mazdeo e zoroastriano dell’Iran, la celebrazione del Nowruz non è né religiosa, né di natura nazionale, né è una festa etnica. In quanto festa pre-islamica dopo la rivoluzione del 1979, il governo cercò di ridurne l’importanza, ma senza successo.

C’è un’atmosfera particolare in tutto il paese e nonostante l’appartenenza ad altre culture si viene coinvolti e capovolti in questi festeggiamenti anche senza volerlo. Nei giorni precedenti il Nowruz la società iraniana sembra, almeno all’apparenza, dimenticare le restrizioni vigenti nel paese, assorbita forse dall’entusiasmo dei preparativi. Ma i problemi rimangono e non devono essere offuscati.

Il Nowruz è la più lunga di tutte le feste iraniane e i suoi rituali sono ricchi di simbolismo e si protraggono per circa due settimane. Alla vigilia dell’ultimo mercoledì prima di Capodanno, si celebra il giorno del “ChaharShanbeh Suri” che rende grazie per la salute dell’anno che sta per terminare scambiando il pallore dell’inverno con il calore e la vivacità del fuoco. Un po’ ovunque vengono accesi falò, spesso nei giardini privati delle case o fuori delle proprie abitazioni oppure sopra i tetti dei grandi palazzi. I giovani in particolare saltano le fiamme gridando: ‘Dammi il tuo rossore e riprendi il mio pallore malsano giallo!’. L’auspicio è che il fuoco assorba le negatività (il giallo) e dia in cambio l’energia e la vitalità (il rosso). Già da giorni in ogni casa, in ogni hotel, in ogni negozio anche in quelli più modesti è stato preparato il tavolo dei setti simboli. Le famiglie la sera di Capodanno attendono l’arrivo del nuovo anno attorno alla tavola conosciuta con il nome di Haft-Sin. Si tratta della composizione su una tovaglia di almeno sette elementi unificati dall’iniziale “s” tra cui un vaso di germogli vegetali, un dolce tradizionale, una mela, frutta secca, aglio, aceto, un tipo di dattero.

L’aceto con l’avvento dell’Islam ha sostituito quello che originariamente era il vino poiché proibito nella religione musulmana. Ci sono poi ancora altri elementi simbolici come uova, spiccioli, uno specchio, candele, un piccolo pesce rosso in una boccia d’acqua, un libro del poeta medioevale Hafez o il Corano. In particolare in questa giornata è usanza leggere e interpretare il futuro attraverso le poesie dei poeti o i testi del Sacro Corano.

L’ultimo giorno di queste lunghe celebrazioni è il tredicesimo e si chiama ‘Seezdah Bedar’, una giornata all’insegna del relax e del divertimento all’aria aperta. Seezdah significa ’13’ e bedar ”via” o ”fuori”. Gli iraniani considerano il numero 13 come sfortunato e per questo trascorrono questo giorno, il 13/o del nuovo anno, fuori casa. Seezdah-Bedar è, in sostanza, una sorta di pic-nic nazionale che si celebra con lo scopo di non restare in casa.

Eppure in questa magica atmosfera di festa colma di simbolismi e significati c’è chi non potrà sedere a tavola con la famiglia e trascorrerà le feste nelle carceri iraniane come i tanti prigionieri di coscienza, i sospettati di spionaggio e soprattutto quelle giovani coraggiose ragazze iraniane che sono state arrestate solo per aver protestato contro l’obbligo del velo.

Camminando per le strade di Teheran la sensazione è quella che ‘qualcosa stia cambiando’, ho visto più donne con il velo tirato giù senza l’ansia di doverlo necessariamente riportarlo sul capo. Scene che fino a poco tempo fa erano impossibili da vedere. Lentamente qualcosa si sta muovendo, nonostante le parole della Guida Suprema Ali Khamenei, che in occasione della festa della donna lo scorso 8 marzo, ha spiegato perché indossare l’hijab sia la scelta giusta. Attraverso vari messaggi su Twitter, social network che alla popolazione iraniana è negato, la Guida Suprema ha scritto che l’hijab protegge la donna dalle attenzioni dell’uomo, e che non deve essere visto come una restrizione ma come un’immunità nel senso di protezione. Queste parole sono totalmente lontane da quello che noi donne stiamo cercando di far comprendere da tempo. Non è la donna che deve proteggersi dall’uomo, ma l’uomo che deve cambiare quella sua mentalità ormai retrograda che vede la donna come sua subalterna.

Chissà se questo nuovo anno iraniano non sia davvero foriero di necessari e urgenti cambiamenti nel paese, in cui le donne sia finalmente libere di scegliere come gestire la propria vita. Un paese in cui gli venga almeno garantita la possibilità di protestare per una imposizione da eliminare quanto prima senza la paura di venire arrestate.